ALESSANDRO DALL’OLIO INCONTRA VIRGINIA VANOCCHI

Attrice e parte della compagnia Teatro Nume, Virginia Vanocchi affianca al percorso artistico una formazione in psicologia clinica, costruendo un profilo in cui scena e ascolto, corpo e mente, si intrecciano profondamente. Dopo il diploma all’Accademia Mohole di Milano e diversi percorsi di formazione tra teatro e cinema, porta avanti una ricerca che attraversa la recitazione come spazio di indagine dell’essere umano, delle sue fragilità e delle sue possibilità espressive.

Il tuo percorso tiene insieme psicologia clinica e recitazione.
In che modo queste due dimensioni dialogano tra loro nel tuo lavoro di attrice?
La mia formazione come psicologa clinica interagisce nel mio lavoro di attrice in un modo che non mi aspettavo. Nel senso, all’inizio pensavo che le mie conoscenze sulle dinamiche tra esseri umani, su come comprendere un singolo essere umano, un gruppo di esseri umani, mi potesse tornare utile nell’analisi di un personaggio. Ma in realtà poi ho capito che invece si corre il rischio di attribuire al personaggio caratteristiche che non sono sue, ma sono quello che tu pensi di lui e non è giusto. Quindi ho capito che tante cose le ho dovute mettere da parte per lasciare spazio ad una maggiore semplicità, ad una comprensione che non passasse tanto dalla mente ma più dalla pancia. Perché per comprendere un personaggio non bisogna sapere chissà cosa, un personaggio lo può comprendere appieno anche un bambino ed è quello il punto, essere proprio aperti a ricevere, con sincerità, tutto il mondo interno di un personaggio e quello è così com’è, senza aggiungerci cose che magari piacciono più a noi e che le vogliamo mettere lì perché ci piace pensare che sia così. Quindi direi che anzi a volte è quasi stato un ostacolo, mi sono dovuta un po’ dimenticare di certe cose.

La psicologia lavora sull’ascolto, il teatro sulla presenza.
Che cosa significa, per te, “ascoltare” davvero in scena?
Per me ascoltare in scena significa rendersi vulnerabili e farsi contagiare dall’altro perché in quel momento si ha la piena fiducia nell’altro, cioè in quel momento proprio si deve avere la piena consapevolezza che il mondo che esiste in quel momento è il mondo che stiamo creando sul palco e quindi fidarsi che l’altro in quel momento sia esattamente dove sono io. A quel punto può veramente esistere quel mondo con due energie che davvero entrano in contatto perché appunto, ripeto, parte tutto dalla piena fiducia che ho nell’altro e che ovviamente anche l’altro ha in me.

Quando costruisci un personaggio, ti avvicini più a un processo emotivo, intuitivo, o utilizzi anche strumenti più analitici legati alla tua formazione?
Quando costruisco un personaggio ho imparato a non utilizzare o tentare di utilizzare strumenti legati alla mia formazione, perché ho capito che diventa fuorviante questo tipo di approccio, questo tipo di comprensione del personaggio, perché si rischia di addossare al personaggio degli schemi, dei costrutti che non appartengono a lui o a lei, non appartengono al suo mondo, ma appartengono a come io lo vedo. Invece no, un personaggio non è come io lo vedo ma è come è, e quindi per riuscire a comprenderlo veramente bisogna aprire un canale che è più emotivo, più di pancia rispetto che di analitico, di testa e quindi ho capito che bisogna avvicinarci tramite una via più emotiva.

Il teatro spesso espone fragilità, ferite, parti intime.
Come si protegge – o si trasforma – chi porta tutto questo in scena?
Il Teatro è spietato in questo, nel senso che se l’attore, l’attrice va veramente a scavare dentro perché vuole veramente il contatto con un personaggio che porta delle cose, che per lui o per lei, sono state in qualche modo traumatiche… ma neanche per forza bisogna andare a smuovere il trauma, ma anche solamente punti che se smossi sono difficili da affrontare, sono qualcosa che magari nella vita privata non è stato mai affrontato o compreso appieno, nel momento in cui sei in scena e ti ci trovi davanti… o ti nascondi e magari con la tecnica riesci a sfangartela, diciamo, e comunque a risultare credibile, vero, reale oppure li affronti e ovviamente anche privatamente e in questo, effettivamente, giocare con le emozioni è un rischio ma può essere anche una grande opportunità per gli attori.

Fai parte di Teatro Nume, una realtà giovane e in crescita.
Che cosa cerchi in un gruppo di lavoro e quanto è importante, per te, la dimensione collettiva nel processo creativo?
Per me la creazione avviene solo ed esclusivamente solo attraverso il gruppo, attraverso la dimensione collettiva, quindi per me è fondamentale. Senza quella, nella mia esperienza, anche se breve, non ho mai visto qualcosa che nasce e cresce non in una dimensione di collettività. E io sono contenta che in Teatro Nume sia così, perché dà una grande forza, perché banalmente l’unione di menti crea qualcosa che sicuramente con una testa sola non si sarebbe mai creata. Quindi sì, è fondamentale, assolutamente fondamentale la dimensione di collettività.

Viviamo in un tempo in cui il disagio emotivo è sempre più visibile ma anche più difficile da elaborare.
Che ruolo può avere il teatro, secondo te, nel dare forma e senso a questo tipo di esperienza?
Oggi è vero che il disagio emotivo è sempre più visibile e che questo credo che non sia per forza negativo, nel senso che forse se è sempre più visibile non significa che prima non ci fosse ma che ora lo stiamo imparando a vedere. Abbiamo termini, parole e mezzi per vederlo, quindi per dire che esiste. Il problema è che assieme a questo dall’altra parte stiamo perdendo tantissimo, e sempre di più, la dimensione della collettività e della società, siamo sempre più noi stessi, ci pensiamo sempre più non rispetto e in relazione ad un gruppo ma sempre più spesso solo ed esclusivamente in relazione a noi stessi. Questo crea un tipo di disagio emotivo che prima, in passato, non c’era. E il teatro in questo potrebbe essere veramente utile, innanzitutto perché il teatro esiste se c’è un pubblico, e il pubblico è un’unione di persone, e l’effetto veramente anche terapeutico che può avere il trovarsi in un gruppo a vivere determinate emozioni in relazione ad un’unica cosa, va beh questo è risaputo, e il teatro avrebbe proprio questo potere. Ultimamente sto vedendo sempre più spettacoli che coinvolgono il pubblico e credo che questa via sia veramente utile perché dovremmo proprio tutti cercare di tornare a trovarci in situazioni in cui non siamo soli con le nostre emozioni ma con gli altri, con le emozioni nostre e degli altri. E che queste emozioni a volte potrebbero essere le stesse oppure potrebbero essere d’aiuto reciproco. Io credo che il teatro potrebbe davvero essere uno strumento utile su questo. Sì.

C’è qualcosa che il teatro ti permette di dire o di essere, che nella vita quotidiana ti è più difficile raggiungere?
Per me la cosa più bella della recitazione, ed è anche una delle prime cose che ho imparato, è la sospensione del giudizio. Cioè il fatto che quanto tu sei sul palco non puoi giudicare te stessa né le persone che sono con te sul palco, perché solo così puoi lasciare spazio ai personaggi e alla loro storia. E questa cosa mi rende libera, totalmente libera, ed è una cosa che nella vita reale non c’è, non esiste. Perché sul palco ovviamente arriverà il giudizio sul come io, Virginia, porto, sto raccontando, sto dando vita a quel personaggio, però finisce lì. Tutto il resto di Virginia che nella vita reale è costantemente sotto gli occhi degli altri e del giudizio degli altri, le caratteristiche che vengono attribuite a te da altri, in quel momento non c’è. E questa io la trovo la forma più bella di libertà.

Virginia Vanocchi
Teatro Nume

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