ALESSANDRO DALL’OLIO INCONTRA LUISA BORINI

Attrice, autrice, ascoltatrice instancabile di vite altrui.
Umbra di nascita, romana di formazione, bolognese d’adozione artistica, Luisa Borini attraversa il teatro come un territorio della memoria e della parola scelta con cura.
Vincitrice del Premio Hystrio alla Vocazione e del Premio In-Box 2024/25 con Molto dolore per nulla, porta in scena corpi che ricordano, amano troppo, cadono e si rialzano.
Il suo lavoro intreccia autobiografia e racconto collettivo, con uno sguardo lucido, ironico e profondamente umano sul dolore, sull’amore e sulla possibilità di attraversarli.

Da bambina ti facevi chiamare Asiul, il tuo nome al contrario, e inventavi biografie alternative.
Quanto l’invenzione dell’identità è stata, fin dall’inizio, una forma di sopravvivenza e di gioco teatrale?

Eh sì, esatto. Io da bambina mi facevo chiamare a Asiul Inirob. Inn realtà l’ho fatto durante una vacanza in un villaggio turistico, un’estate in cui non conoscendo nessun bambino nuovo, nessuna bambina nuova che si presentavano in quelle due settimane era perfetto potersi inventare un’identità diversa dalla propria, e quindi io non solo dicevo, mi presentavo come Asiul ma magari mi inventavo che facevo sport, che chiaramente non ho mai fatto, facevo una scuola che chiaramente non ho mai fatto.
E poi non mi ricordo se quell’estate o in un altro momento della mia infanzia, dicevo che mia madre era Federica Panicucci e la mia reale mamma era la tata. Non chiedetemi il perché, veramente queste cose ancora non l’ho neanche dette alla mia psicologa rispetto a questo piccolo dettaglio qua… no vabbè, probabilmente di Federica Panicucci mi piacevano molto i capelli biondi lunghi che io non avevo e che mia mamma non aveva.
Ma comunque, a parte questi episodi, però c’entrano molto in realtà con il fatto che io ho fin da bambina ho amato molto inventare delle identità diverse.
Per gioco, chiaramente sì, per sopravvivenza non credo perché fortunatamente non ho dovuto sopravvivere a nulla, ho avuto un’infanzia molto felice e quindi era più che altro un gioco, proprio un’uscita dalla realtà un’uscita dalla mia vita, dalla mia storia e un entrare nel mondo dell’immaginazione. Che però, devo dire la verità io ho sempre vissuto con grande naturalezza, cioè l’ho sempre fatto con divertimento… mi viene in mente quando appunto mi mettevo sotto i tavoli, con tutti quanti i pelouche, i miei nonni avevano un negozio di articoli da regalo e vendevano anche i pelouche della Trudi e quindi io ne avevo tantissimi e io mi mettevo sotto un tavolo con tutti quanti questi pelouche e per me io ero una principessa che si stava rifugiando dalla tempesta con tutti quanti gli animali che aveva salvato nella foresta. E io parlavo con loro, non so cosa mi succedeva, cioè veramente entravo in un mondo altro. Oppure mi ricordo molto bene quando è nata mia sorella, che per me è stato un bello shock comunque, perché io fino a cinque anni sono stata una figlia, una nipote, unica e poi a cinque anni è arrivato questo esserino che mi ha rubato un po’ di attenzione, con cui diciamo ho dovuto condividere amore e affetto e famiglia. Però mi ricordo molto bene che nelle scale della casa dal lago della mia famiglia c’era una nicchia e io passavo moltissimo tempo sole in questa nicchia.
Però, il fatto di stare lì, io lo trasformavo in qualcos’altro, cioè quella nicchia era un rifugio da una lotta tra guerrieri, oppure ero una una streghetta che stava facendo… c’era anche un pentolone in questa nicchia… quindi ero una strega che doveva fare una pozione magica, non lo so se è abbellire la realtà, renderla diversa, provarci, però ha molto a che fare con un gioco molto naturale, molto bello, molto pieno di senso per me.

Dici di aver sempre amato ascoltare: le storie degli adulti, le vite degli altri, le parole dette e quelle taciute.
Che tipo di ascolto è oggi il tuo, in scena e nella scrittura?

Allora sì, io ho sempre amato ascoltare. Anche qui torno alla mia infanzia, quando da bambina trascorrevo moltissime serate in estate, specialmente quando la mia famiglia in estate si ritrova in una casa al lago che abbiamo e io passavo moltissime serate ad ascoltare gli adulti parlare. E per me era veramente un grande divertimento. Magari ricordavano aneddoti, raccontavano episodi successi, ma anche semplicemente proprio la vita di tutti i giorni, e quello da allora è stato il mio grande, cioè partita la mia grande miccia per l’ascolto, per farmi un po’ i fatti degli altri, di scoprire le vite degli altri.
Io adoro fare domande scomode, cioè che uno mi guarda e dice “ma perché mi chiedi qual è la mia routine quotidiana, quali sono i miei appuntamenti… mi sveglio alle, cosa mangio a colazione” perché mi piace proprio immaginarmi la vita degli altri. Il mio ascolto oggi non è molto cambiato dall’ascolto che avevo da bambina, è un ascolto molto attento, molto curioso, molto rispettoso delle vite degli altri, delle persone. In scena, chiaramente proprio per questo, anche io ho un grande ascolto con il pubblico. “Molto dolore per nulla” è un monologo ma come dico sempre è un lavoro che io faccio in dialogo con il pubblico, e quindi l’ascolto del pubblico, di come sta il pubblico se il pubblico magari è più silenzioso, o è partecipe, magari è silenzioso ma attento, mi risponde, non mi risponde, si innervosisce, dorme… perché è successo anche questo… per me è molto importante e fondamentale. Io sono solo in scena ma in realtà sono con voi, sono con gli altri appunto.
E nella scrittura anche io, quando scrivo parlo molto ad alta voce, e in questo non è molto differente dai giochi che facevo da bambina, ho bisogno di parlare e quindi di ascoltare molto le parole che io penso, che io dico e che poi scrivo. Quindi è un ascolto a tutti gli effetti, molto bello e molto importante.
Veramente senza ascolto non so cosa ci sarebbe, e anche magari quando sono in scena con dei compagni, e quindi non faccio monologhi, l’ascolto in scena oltre ad essere fondamentale è meraviglioso, perché accadono delle cose impreviste ed è nell’imprevedibile, nell’imprevisto, che succede la meraviglia.

La memoria, per te, sembra essere un luogo affettivo e politico insieme.
Come lavori sulla memoria – tua e altrui – senza trasformarla in nostalgia o autocommiserazione?

A questa domanda non so tanto bene rispondere.
È una domanda molto bella, molto interessante e non so rispondere perché me lo continuo a domandare incessantemente, senza sapere se ci riesco oppure no, se ci sono riuscita oppure no a lavorare sulla memoria senza trasformarla in nostalgia o autocommiserazione. Perché la nostalgia ha a che fare con la memoria e la memoria a che fare con la nostalgia, a me piace moltissimo il termine nostalgia, la parola nostalgia, perché ha a che fare con tutta una sfera di malinconia che trovo necessaria per la vita e per la creazione: non dobbiamo avere paura della malinconia.
La malinconia è un mondo bellissimo dove poter stare, dove le cose accadono, dove può accadere tanto, dove possiamo sentire tanto.
E sull’autocommiserazione io credo che si possa lavorare sulla memoria senza farla diventare autocommiserazione, nel momento in cui la memoria è qualcosa che abbiamo vissuto, digerito e la si può guardare da lontano. Altrimenti non sarebbe memoria ma sarebbe un qualcosa che ci sta toccando dal di dentro, ci sta toccando in quel momento specifico e quindi non si tratterebbe di memoria ma si tratterebbe di una una ferita ancora aperta.
E invece magari appunto, rispetto a “Molto dolore per nulla” io ho lavorato su quella ferita dopo tanti anni e quindi ho provato a non renderla autocommiserante. Però è una domanda molto interessante, perché mi ci interrogo. Grazie.

“Molto dolore per nulla” nasce da un’esperienza profondamente personale, ma si allarga fino a diventare una storia collettiva.
Quando hai capito che il tuo dolore poteva parlare anche per altri?

Sì, come ho detto prima, “Molto dolore per nulla” nasce da una ferita mia, una ferita di cui mi sono vergognata per molto tempo, quella di aver messo così tanto la mia vita nelle mani degli altri sia da un punto di vista emotivo, quindi relazionale sentimentale, ma sia anche da un punto di vista lavorativo, familiare.
E io per anni mi sono vergognata di questa cosa perché mi sentivo di non essere stata abbastanza forte, abbastanza adatta alla vita, troppo bambina, troppo poco adulta, di essere stata molto fragile.
Perché poi chiaramente una cosa del genere, cioè mettere nelle mani degli altri la propria vita, ti rende molto fragile, ti rende molto vulnerabile. Poi in realtà ascoltando anche… vedi? appunto l’ascolto… l’ascolto salva sempre, ascoltando altre storie, ascoltando altre persone, altre vicende attraverso interviste, ma anche semplicemente incontri che la vita ti mette davanti, io ho ritrovato nelle storie degli altri dei tratti in comune con la mia storia, e quindi ho capito che era una ferita collettiva, era una ferita più ampia della mia, e che quindi andava raccontata.
Era un qualcosa che a livello politico doveva essere raccontato perché non riguardava soltanto me, ma riguardava anche altre persone che mi avevano anche permesso di entrare nella propria vicenda, nella propria storia.
Poi magari per qualche periodo ho pensato anche di lasciarlo perdere questo spettacolo e poi, appunto ascoltando un’altra storia di un’altra ragazza che ho sentito molto umiliata dalla sua vicenda, molto triste, molto abbattuta, molto affranta, molto impaurita, ho avuto proprio un moto tra rabbia e orgoglio, e ho pensato “no! la voglio raccontare questa storia”: questa storia parla di me ma parla anche di altri e quindi è necessario raccontarla.

Nel tuo spettacolo il tema della dipendenza affettiva viene affrontato con lucidità, ironia e delicatezza.
Quanto è stato complesso trovare un equilibrio tra esposizione, pudore e responsabilità verso chi ascolta?

Sì, chiaramente è stato complesso trovare l’equilibrio tra esposizione, pudore e responsabilità verso chi ascolta, senz’altro.
Perché anche è parte da una storia molto personale. Però come appunto dicevo prima rispetto alla memoria, rispetto alla nostalgia, l’autocommiserazione, io ci ho messo tanti tanti anni per poterla raccontare quella vicenda, quindi ne è passato di tempo tra me e quella vicenda.
Questo non vuol dire che io sia tutta un’altra persona che io non abbia tracce di quella Luisa, non abbia tracce di quelle persone in me, tutt’altro. Però è stato possibile raccontarlo con una distanza che poi è la distanza del lavoro artistico. Se io fossi stata troppo troppo coinvolta ancora per raccontarla, non avrei potuto guardarla con un occhio di ironia, con un occhio di distacco che però permette al pubblico di entrare invece per la prima volta nella storia e anche qui torna il discorso dell’ascolto, il discorso del dialogo.
Perché appunto siamo insieme, io e il pubblico a vivere questa storia, io a raccontarla, loro ad ascoltarla. Però, anche qui, se io mi lasciassi sprofondare nell’emozione, nelle lacrime, nel dolore questo non permetterebbe allo spettatore di poterlo fare.
Questa è una è una legge propria del teatro, nel senso che la commozione del pubblico, come mi hanno sempre insegnato i miei insegnanti di teatro, la commozione del pubblico può avvenire se l’attore non piange, se l’attore trattiene quelle lacrime, allora lì arriva il conflitto e quindi lì arriva la la possibile commozione.

Il corpo in scena porta i segni del tempo, delle trasformazioni, delle cicatrici.
Che rapporto hai oggi con il tuo corpo di attrice, dopo averlo attraversato anche come luogo di fragilità?

Io ho un terribile rapporto con il mio corpo, pessimo proprio, cioè non ho mai fatto sport, non ho mai fatto yoga, non ho mai fatto pilates e mi sono iscritta a tantissime palestre, facendo anche abbonamenti annuali. Per dirmi: vabbè, hai speso così tanto ci andrai: mai andata in palestra. Ho un’alimentazione abbastanza sana, ma poi faccio degli sgarri incredibili prolungati, e infatti appunto il mio corpo mi sta dando dei segnali più o meno importanti del fatto che va ascoltato… appunto anche lui va ascoltato, non soltanto vanno ascoltate le storie degli altri e la memoria ma va ascoltato proprio il mio corpo…
Ho detto questo perchè mi sembrava anche abbastanza importante, anche per alleggerire un po’. Il mio corpo è un corpo che porta le smagliature di tutti i cambi di peso che ha dovuto affrontare, di quando passavo molto tempo con i conati di vomito in attesa di telefonate che non arrivavano, è un corpo che mi ha seguito nonostante io non avessi cura di lui, ma mi ha seguito tanto, in capo al mondo davvero, mi ha seguito nelle trasformazioni. Io ho perso peso. poi l’ho ripreso, ho delle cicatrici sulla pancia, perché mi sono dovuta togliere la cistifellea proprio qualche anno fa, perché appunto il mio corpo ha dato segnali di non potermi sostenere più se continuavo con con quell’alimentazione sbagliata.
È un corpo che è con me da 36 anni, che ha vissuto con me tanta fragilità sicuramente ma anche tanta forza. Ed è un corpo a cui io inizio a volere bene, inizio a sentirlo, inizio a rendermi conto che c’è e che va ascoltato, che va tutelato, proprio perché vado tutelata io e andiamo tutelati noi come esseri umani.
Un po’ il succo di “Molto dolore per nulla”… non mi piace dire succo…diciamo la cosa che sta alla base di “Molto dolore per nulla” è la paura di restare soli, la paura di essere abbandonati dall’altro quando quell’altro è l’unica ragione di vita. Alla base di questo spettacolo c’è questo per poi rendersi conto di quanta importanza abbiamo noi, di quanta importanza ha quel vuoto di cui abbiamo così tanto paura prima e che invece è un vuoto che va ascoltato, è un corpo che va ascoltato, è un corpo che dà sempre segnali prima della mente. È un corpo a cui dare molto amore e sicuramente non per nulla.

La tua formazione attraversa teatro classico, nuova drammaturgia, riscrittura, lavoro d’ensemble e autoralità.
In che modo tutte queste esperienze convivono quando sei sola in scena?

Sai che infatti la prima volta in cui io sono andata in scena da sola con “Molto dolore per nulla”, pensavo di non essere in grado di farcela? Perché appunto è il mio primissimo monologo d’attrice, cioè la prima volta in cui io sono in scena da sola, è il mio primo testo, è la mia prima regia, è tutto un insieme di primissime volte che mi terrorizzavano e invece adesso ci ho preso proprio gusto.
Mi diverto molto un po’ perché c’è il pubblico che mi regala sempre delle grandissime sorprese, davvero, sia quando si diverte molto sia quando ronfa e sento il ronfare dell’abbonato in platea.
Io pensavo di non di non saperlo fare, pensavo di dimenticarmi le battute e non hai un collega che magari capisce, un partner di scena che capisce che tu ti sei scordato una battuta magari attacca lui o ti dà la possibilità di ritrovarti nel testo… no, se sei da sola sei da sola. Però avevo anche proprio molta voglia di mettermi in grande difficoltà in tutti i sensi, è un lavoro che ho scelto di fare da sola e senza nessuno che mi desse uno sguardo, una mano, senza nessuno che mi dicesse “stai andando bene, non sta andando bene”, essendo un lavoro sulla dipendenza affettiva e avendo io sofferto molto di dipendenza affettiva, ho scelto di stare in scena da sola e fare tutto da sola mi sembrava giusto.
Però in realtà è chiaro che tutte quante le esperienze della mia vita, il fatto di potercela fare, è perché c’è stato, prima e durante, tutto un percorso. Perlomeno parlo nel mio caso, poi invece c’è gente che inizia proprio con un monologo e quindi ha un’altra storia.
Nella mia di storia il monologo è arrivato quando io avevo voglia di dimostrare a me stessa e agli altri che in realtà invece ce la potevo fare da sola.

Molto dolore per nulla racconta un dolore attraversato, quasi ringraziato.
Se oggi potessi parlare alla Luisa che aveva paura del vuoto e dell’abbandono, cosa le diresti dal palco?

Allora mi capita molto spesso di fare il monologo e di emozionarmi ancora davvero tanto, cioè di sentire ancora tanto quel dolore.
Mi capita spesso e questo è una grande fortuna, perché vuol dire che sono viva in scena, e spero che questo passi al pubblico.
Però che nel mio lavoro – incredibile a dirsi – cioè sentire dolore mi diverte in questo spettacolo, e quando però succede io provo verso me stess,a non attrice, ma me stessa Luisa, un grandissimo amore, una grandissima tenerezza, una grandissima simpatia.
Perché voglio proprio bene a quella Luisa che ha avuto così tanta paura del vuoto, così tanta paura dell’abbandono. E quindi mi capita, e quando sono con me stessa in scena la ringrazio veramente tanto, e se io dovessi parlare dal palco alla Luisa di allora le direi che è una grande, le direi che è bellissima, le direi che col tempo si migliora, le direi che crescendo le cose sono un po’ più semplici, c’è meno sturm und drang, c’è più semplicità, c’è più bellezza nella semplicità, che l’amore non deve non deve fare male e che alla fine ce la fa da sola. Questo le direi. Anche se le direi anche che può attraversarli quei momenti, che non c’è da aver paura di quel vuoto, non c’è da aver paura di quell’abbandono e se succede si affrontano perché lo può fare, lo può affrontare, ha tutte le risorse per farlo.

Guardando avanti, che tipo di storie senti l’urgenza di attraversare nei prossimi anni: c’è un territorio – umano, politico, emotivo – che ancora ti fa paura e che proprio per questo senti necessario portare in scena?
Sì, a me interessano tanto le emozioni scomode, interessano tanto i sentimenti di cui c’è un grande prurito quando se ne parla, quando si intravedono, c’è un grande fastidio e quindi mi piacciono anche moltissimo i sentimenti per cui c’è un tabù.
E infatti non nascondo che sto lavorando appunto ad uno spettacolo che ha a che fare con il tema dell’invidia, che è un grandissimo tabù della nostra società.
Però a me diverte entrare nei meandri delle nostre ombre, nei meandri oscuri dei nostri sentimenti e quindi credo che affronterò nei prossimi anni tutti quei sentimenti scomodi, quei sentimenti in ombra, quei sentimenti che non sono tanto belli da attraversare, da vivere, che non ci mettono molto in buona luce.
Che però invece sono molto divertenti da affrontare.
Vedremo vedremo.

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