La danza come linguaggio di tutti e per tutti.
Insegnante, artista e ricercatrice, Franca Zagatti da anni promuove una visione plurale e inclusiva del movimento, ideando progetti che coinvolgono scuole, famiglie, anziani, persone con diversa abilità e comunità intere. Direttrice del Corso per Danzeducatore al Centro Mousikè, é stata presidente della DES – Associazione Nazionale Danza Educazione Società – che unisce ricerca, pedagogia e creazione artistica per restituire alla danza il suo valore sociale e universale.
Martha Graham sosteneva che “le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali”.
Nei tuoi progetti la danza è un linguaggio aperto a età, abilità e contesti diversi.
Cosa significa per te rendere la danza davvero inclusiva?
Ho sempre pensato che la danza sia una dimensione latente e potenziale che appartiene a tutti. Una predisposizione umana che ci accomuna attraverso il piacere di muoverci, inventarsi e raccontarsi. Non credo esistano delle categorie di “danzabilità” (intese come abilità nel fare, ma anche come corpi “adatti” e abilitati a danzare), io credo piuttosto nelle categorie di possibilità: ci sono tante danze possibili in attesa di ciascuno di noi. Sono occasioni che a volte capitano, o a volte abbiamo cercato, e che improvvisamente diventano delle opportunità evolutive personali da percorrere insieme al corpo che si è, con la propria storia, la propria età, il luogo, la cultura di appartenenza.
Questa apertura, questo abbattimento di categorie, è un grande atto di fiducia e di rispetto nei confronti della danza. Alla fine il pensiero inclusivo dipende da chi offre la danza, dal coreografo, artista, educatore che la trasmette agli altri. Affermare il “diritto di tutti alla danza” significa partecipare ad una visione democratica del corpo, è un mettersi al servizio del corpo degli altri, per permettere ad ognuno, attraverso la danza e il movimento, di “atterrare” dentro la propria storia di vita e magari di reinventarla un po’. In quest’ottica l’esperienza del danzare ha poco a che fare con passi e sequenze, ma ha principalmente a che fare con la possibilità di trasformare, esprimersi, inventare. Ha a che fare con occasioni di cambiamento. Quasi sempre, quando una persona inizia un’esperienza di danza di comunità porta con sé un inespresso desiderio di cambiamento, in qualche modo vuole uscire dai parametri della sua quotidianità, vuole dare voce a parti di sé non sufficientemente manifestate. Ciò innesca un rinnovamento nella percezione di sé e permette di cogliere l’importanza di quei gesti che non si è neppure più abituati a percepire e di aprirsi a una nuova dimensione sensoriale e di ascolto. E questo processo aiuta a sentirsi vitali, concreti, materici e allo stesso tempo fa scoprire una dimensione di ri-creazione di noi stessi.
Per molti la danza è la madre di tutte le arti.
Ci sono educazione e movimento, tempo e spazio.
Tu da anni porti la danza nelle scuole e nella formazione.
Come cambia la crescita di bambini e ragazzi quando incontrano la danza in questo modo?
Danzando bambini e bambine vengono coinvolti globalmente con corpo, mente ed emozioni, in questo modo imparano ad affinare le proprie capacità di muoversi, esprimersi e inventare. Incontrare la danza a scuola rappresenta un’esperienza di crescita complessiva, una forma di conoscenza sensibile che unisce il fare e il pensare. Trasportare sul piano motorio ciò che si percepisce, fuori e dentro e dentro di sé, significherà per molti trovare modi alternativi per dar forma al proprio sentire. Ma soprattutto significherà mantenere in dialogo lo sviluppo motorio con quello espressivo ed emotivo. I genitori andrebbero informati sui valori educativi della danza. La danza non è solo una fra le possibili attività motorie che bambini e bambine possono fare, ma è un vero e proprio strumento di crescita personale e sociale.


Hai ideato percorsi che uniscono generazioni e contesti diversi.
Possiamo dire che per te il corpo è comunità.
Cosa accade quando corpi con storie così differenti danzano insieme?
Per un certo periodo, il termine “comunità” in ambito di azioni rivolte al sociale ha avuto un’accezione sbilanciata verso la problematicità, indicando prevalentemente luoghi di disagio, gruppi di recupero e guarigione.
Attualmente invece, quando si parla di comunità il pensiero corre con più facilità ad un insieme di individui che, in modo più o meno esplicito e dichiarato, hanno un “qualcosa in comune”.
Nella danza di comunità, anche quando ci si rivolge a gruppi di persone che già fanno parte di una stessa comunità – perché vivono nello stesso territorio, frequentano la stessa scuola o appartengono a un particolare gruppo etnico – il senso di condivisione e di appartenenza va per me inevitabilmente sempre ricostruito attorno all’esperienza condivisa dei corpi.
Non si è più abituati ad appoggiarsi, fisicamente, agli altri, a prendere per mano un estraneo, a sostenersi, è insolito anche ritrovarsi a far partecipi gli altri di cosa si è provato, di cosa si è sentito, cercando quelle parole asciutte e sensibili che solo l’esperienza motoria ci suggerisce e lascia emergere.
La pratica dell’incontro e dell’ascolto, della ripetizione e dell’improvvisazione, abitua alla condivisione, che piano piano diventa, per tutti, il vero senso di comunità: non solo il mio fare è valorizzato dal fare degli altri e la mia danza vive della danza che gli altri compiono attorno a me, ma nell’esprimere le proprie sensazioni ognuno può diventare specchio riflettente per il vissuto inespresso di altri.
E questo vale anche per gli spettatori. mi è accaduto tantissime volte di ricevere commenti da parte di spettatori che si dicevano commossi dall’accostamento di corpi così diversi fra loro. c’è molta nostalgia di “umano” che la visione dei gruppi intergenerazionali, risveglia.
La danza spesso dialoga con altre arti, in particolare il teatro.
In che modo pensi che queste due discipline possano arricchirsi a vicenda nei progetti educativi e artistici?
Il teatro ha una tradizione ben più lunga e sedimentata rispetto alla danza nel pensiero pedagogico e nelle proposte rivolte alle scuole. La differenza principale fra teatro e danza educativa (facendo una sintesi un po’ riduttiva) è da identificare in una attenzione al processo piuttosto che al prodotto, che per la danza è fondante, a differenza di tutta la tradizione di teatro per i ragazzi e con i ragazzi che vede nella messa in scena un obiettivo importante. Diverso è oggi il rapporto fra Teatro di comunità e Danza di comunità, le esperienze e le proposte si assomigliano e la ricerca segue strade metodologiche molto simili. C’è più dialogo e scambio rispetto a quello che è successo in territorio scolastico. Gli interventi hanno una estensione sociale molto vasta e vanno dalle piazze, agli ospedali, ai centri per l’immigrazione, alle case di riposo, integrazione e inclusione sono le parole d’ordine.


Ricerca e futuro.
Dopo tanti anni di ricerca e di esperienze sul campo, quale pensi sia oggi la sfida più grande per la danza educativa e di comunità?
Prima ho affermato che sono convinta che da qualche parte ci sia una possibile danza in attesa per ognuno di noi, va però detto che purtroppo incontrarla è solo una questione di fortuna. Perché incontrare l’esperienza artistica del corpo a scuola, quando si è ancora bambini, o anche fuori dalla scuola e magari quando si è adulti o anche anziani, almeno in Italia è assolutamente un fatto totalmente casuale. Fortunato e casuale. Questo perché non c’è mai stata una scelta di politica educativa e sociale a favore di un’esperienza artistica diffusa e fondante. Mi vengono in mente le parole di Margareth H’Doubler americana del Wisconsin (allieva di John Dewey) che nel 1940 scriveva che la danza è “un supplemento di vita al quale ognuno ha diritto di accedere”. Ecco questo diritto qui non c’è, non ce l’abbiamo. Eppure è innegabile e vero, la danza può essere un supplemento di vita per chiunque. Certo naturalmente può anche essere un fatto estemporaneo, piacevole, divertente, passeggero, ma invece a me piacerebbe, anzi credo proprio, che dovrebbe essere un diritto, un bene comune, una risorsa sicura, una life skills, come si dice oggi, un dispositivo di crescita e di miglioramento della qualità della propria vita. Perché se si impara a guardare al mondo dal punto di vista dell’invenzione e della ri-creazione di sé, attraverso il dialogo del proprio corpo con i propri gesti, in rapporto al peso, allo spazio, al tempo, agli altri… si hanno inevitabilmente degli strumenti e dei rinforzi in più per vivere meglio e per crescere meglio.
La sfida è un po’ questa: credo si debba ripartire dalla rete sociale, non servono grandi eventi, bisogna andare a cercare le persone per le strade, a casa loro, nei grandi condomini, nei supermercati. E farle danzare, non per dimenticare, non è un “danza che ti passa”, è piuttosto un modo per ricominciare a pensare con la parte giusta del cervello, che è il corpo. Ripartire con dosi “omeopatiche” apparentemente innocue di danza, ma capaci di avviare un meccanismo inarrestabile di avvicinamento alla danza. Poi ci vuole cuore, semplicità, ascolto, fiducia nelle persone.
Nel tuo percorso hai formato non solo danzatori, ma anche educatori e insegnanti.
Tra i tanti progetti e laboratori che hai condotto, c’è un momento che ti è rimasto nel cuore e che riassume il senso del tuo lavoro?
Sono veramente tanti i momenti che mi sono rimasti nel cuore, ma il pensiero in genere va sempre in maniera immediata alle cose che si stanno facendo al momento. Per me in questi ultimi anni, l’affetto va a quella che io chiamo Terza danza, ovvero proposte di lavoro con persone sopra i 60 anni, al momento è lì il cuore della mia ricerca. Ma se dovessi pensare a qualcosa che riassume il senso del mio lavoro andrei al 2002 a un progetto fatto in una scuola elementare di Minerbio.
Si chiamava “La perduta città della danza” e partiva da una storia di fantasia scritta da me e che narravo in classe accompagnata da una valigetta di “reperti storici” quale incipit d’avvio al laboratorio di danza.
Eccola:
“Vorrei raccontarvi la storia di un famoso archeologo e ricercatore di antiche leggende e tradizioni, di nome Alphonse Du Cherche. Alphonse ha dedicato tutta la sua vita alla raccolta di prove sull’esistenza di una misteriosa città: la perduta città della danza. Nessuno sembra averla mai vista, nessuno sa dove essa sia, nessuno sa se esista ancora o sia mai veramente esistita, ma il suo ricordo ha attraversato con immutato fascino secoli e secoli di storia umana. Se ne trova traccia in molti testi storici, se ne parla in numerose cronache di antichi viaggi e si scopre spesso descritta nei racconti di marinai e viaggiatori di tutti i tempi. Si narra di un’antica città felice, dove tutti, ma proprio tutti, danzavano. C’erano danze per ogni occasione e per ogni persona: c’era la danza del giorno e della notte, del sabato e della domenica, e forse anche quella del lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì; c’era la danza per ogni colore, per ogni stagione, per ogni emozione e poi c’era la danza di Marco, di Lucia, di Marina ecc. Tutte queste persone danzavano invece di parlare troppo, o di piangere o di lamentarsi. Danzavano e non avevano bisogno di altro, perché guardandosi l’un l’altro si vedevano e si ascoltavano e si capivano, senza bisogno di parole, perché a loro bastava danzare… e le loro danze erano bellissime e vere e si dice che chi le vedeva per la prima volta rimanesse incantato e senza parole per giorni e giorni. Dovete sapere che Alphonse Du Cherche ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca della perduta città della danza, raccogliendo nel suo ostinato girovagare centinaia e centinaia di reperti.
Chi ha visto la collezione completa dei reperti di Alphonse Du Cherche afferma che essa sia capace di raccontare di genti, paesi, climi, paesaggi, abitudini, danze, senza bisogno di tante spiegazioni. Ciò che più stupisce, aggiungono, è la quantità e varietà degli oggetti ritrovati. Una varietà che lascia libera la nostra fantasia di immaginare mille danze diverse: la danza del suono e del silenzio, la danza del bianco e del nero, la danza del ferro e del soffio, possiamo immaginare la città della danza al caldo o al freddo, vicina al mare o in mezzo alle montagne, in un remoto passato o in un ignoto presente… Proviamo anche noi: cerchiamo di immaginare la perduta città della danza e le sue danze, proviamo a pensare ad un luogo dove i bambini danzano a scuola e i grandi sul lavoro, gli anziani nelle piazze, dove la gente ogni sera invece di guardare la televisione si guarda danzare, dove i malati danzano per guarire, e gli innamorati danzano per amore e i pazzi danzano per ritrovare la ragione, e ci sono tante danze, ma una sola città della danza… ognuno provi a immaginarla come vuole e poi ritroviamoci insieme e anche noi guardiamoci danzare e inventiamo la nostra città della danza, e poi e poi, chissà… a volte i sogni si avverano.”



