Attrice capace di muoversi con naturalezza tra teatro, cinema, serialità televisiva, web e podcast, Orsetta Borghero ha costruito un percorso artistico solido e trasversale. Dopo aver studiato cinema e teatro in Inghilterra, ha lavorato a lungo con il Teatro dei Filodrammatici, portando in scena testi di Bruno Fornasari, e parallelamente ha attraversato con continuità il mondo audiovisivo.
In televisione ha recitato in serie molto amate come Una mamma imperfetta e La classe degli asini con Vanessa Incontrada, Non mi lasciare con Vittoria Puccini, Ninfa dormiente con Elena Sofia Ricci. È presente nel cinema popolare con Aldo, Giovanni e Giacomo (Il cosmo sul comò, Il grande giorno), nella serie The Generi con Maccio Capatonda, nel progetto web di grande successo Educazione Cinica e come voce del podcast Predatori. Un percorso che tiene insieme rigore attoriale, leggerezza, ironia e una profonda attenzione alla relazione con il pubblico.
Ti sei formata tra Italia e Inghilterra, attraversando approcci e visioni diverse del mestiere d’attore. Il tuo percorso attraversa molti linguaggi – teatro, cinema, serialità, web, pubblicità. Che ruolo ha il teatro oggi nella tua identità artistica e che tipo di nutrimento continua a offrirti rispetto agli altri mezzi?
Allora, per prima cosa, ciao a tutti gli amici del TaG, ed è un piacere per me potermi raccontare anche soltanto in poche risposte.
A questa domanda ti rispondo così e mi piace riportare in vita le parole del grande Gigi Proietti: Proietti diceva che il teatro è quel luogo dove tutto è finto ma niente è falso.
Quindi il mio rapporto con il teatro, in modo particolare in questo momento, è un rapporto di grande autenticità. Penso che il mestiere dell’attore, che è un mestiere che io reputo difficile solo i primi vent’anni, che è un mestiere in fondo meraviglioso ma spietato, possa essere definito in qualche modo così onesto e così intellettualmente vero quando l’attore riesce ad essere credibile e mai probabile.
Ecco, il mio modo di vedere il teatro negli anni poi è cambiato molto. Spesse volte mi piace dire che anche nei mestieri “più normali” ci sono i cosiddetti corsi di formazione e mi piacerebbe anche che nel teatro ci fossero questi corsi di formazione e mi spiego: perché il teatro di 50 anni fa non era il teatro di oggi.
Il teatro di 50 anni fa aveva un codice dei linguaggi probabilmente molto diversi e meno trasversali. Ecco, mi piacerebbe che il teatro diventasse più universale. Per universale intendo che possa prendere per mano il ragazzo di 10 anni come la persona che di vita ne ha vissuta molto di più, e quindi dagli 8 agli 80 anni/90 anni mi piacerebbe che il teatro potesse parlare un linguaggio comune un po’ a tutti. Mi piacerebbe sempre di più che il teatro potesse diventare un humus che possa dare nuova linfa a quello che è l’arte, se il teatro deve essere veramente vita, una vita intorno a noi, mi piacerebbe proprio il fatto che potesse parlare anche un linguaggio comprensibile da tutti indipendentemente dalle tematiche che affronta.
Hai lavorato in contesti molto diversi e, come si sa, il lavoro sul personaggio cambia a seconda del contesto produttivo. Che cosa ti chiede il teatro che gli altri linguaggi non ti chiedono (o ti chiedono diversamente)?
Il teatro, come ti dicevo prima Alessandro, è qualcosa che io cerco di portare tra le persone, tra la gente, per cui mi piacerebbe che il linguaggio diventasse un linguaggio pop, mi piacerebbe insomma che la quarta parete teatrale venisse abbattuta per poter andare tra le persone perché solo così, a mio avviso, il teatro può accogliere quanta più gente possibile.
Negli ultimi anni ho sempre avuto il timore che il teatro fosse qualcosa, visto anche dalla cultura pop, come qualcosa di… in qualche modo non dico inarrivabile, però che se non hai una determinata cultura, difficilmente puoi godere di uno spettacolo di un’ora, di due ore.
Ecco, mi piacerebbe che non fosse così.
Il teatro in realtà, oggi più che mai, dovrebbe diventare molto più popolare, dovrebbe parlare anche di cose alte, di cose auliche, però in maniera comprensibile. Anche il mio spettacolo, che in qualche modo potrebbe suggerire qualcosa di ostico, qualcosa di difficile, come la schadenfreude, che cos’è? Innanzitutto non è una parola italiana, quindi qualcosa che in qualche modo mi obbliga ad impegnarmi in un pensiero, in realtà invece vogliamo raccontare la gioia di vedere fallire l’altro in maniera quotidiana, perché solo così secondo me si riesce ad avvicinare il pubblico e soprattutto a fargli spegnere la televisione per portarlo a teatro.


Hai condiviso il set con attrici come Vanessa Incontrada, Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci, e con comici e autori come Aldo, Giovanni e Giacomo e Maccio Capatonda.
Che cosa ti hanno insegnato questi incontri sul mestiere e sul rapporto con il pubblico?
Allora, lavorare con grandi nomi come questi mi ha consentito intanto di sapere che dietro questi grandi nomi ci sono delle grandi persone, delle grandi personalità. In latino la parola persona significa maschera, però mi piace interpretarla nel modo più teatrale, più bello del termine, come se ci fosse un personaggio che racconti invece la verità, che ti dica che cosa è vero e che ti faccia scindere che cosa è vero da che cosa non lo è. Tutte queste personalità hanno in comune una cosa in modo particolare: hanno in comune tantissima gavetta, hanno in comune lo scavare sotto la buccia, hanno in comune il fatto di essere dove sono per merito. Ecco, Pupi Avati, il grande maestro, una volta durante una masterclass ci ha detto una cosa che io faccio mia da sempre e per sempre: “non pensate mai che quando un attore, un’attrice prenderà quel ruolo magari al vostro posto, visto che magari anche voi avrete fatto lo stesso provino, ecco non pensate mai che quella persona prenderà il vostro posto perché raccomandata, perché è stata segnalata, non pensate mai di essere così inferiori rispetto all’altro. Semplicemente è tutto molto più chiaro, tutto molto più semplice: in quel momento la vostra interpretazione non era funzionale al personaggio, il personaggio deve essere sempre funzionale ad un’orchestra, siamo comunque parte di un’orchestra, il primo violino può fare un assolo, ma non sarebbe primo violino se intorno a lui non ci fosse una grande orchestra a supportarlo”. Quindi questo mi hanno insegnato queste grandissime personalità: un grande studio, una grande dedizione e soprattutto una grande capacità di ascolto.
La serialità e il web hanno trasformato radicalmente il modo di raccontare storie e personaggi.
Dal web ai podcast, la narrazione oggi passa anche dalla voce e dall’ascolto.
Che rapporto hai con la parola detta, registrata, ascoltata — e quanto questa esperienza dialoga con il tuo lavoro teatrale?
Io sono sempre stata una grande fan della parola. Perché le parole se dette in un certo modo possono cambiare il mondo. C’è un bellissimo libro che si chiama “I quattro accordi” che insegna e suggerisce quanto la parola sia importante. Le parole feriscono ma le parole guariscono. Quindi il mio rapporto con la parola è dall’inizio sempre stato un rapporto viscerale, indipendentemente dal supporto. La parola è importante, che sia raccontata in un podcast, che sia supportata da una serie web, dalla serialità, dal cinema, dal teatro. La parola può modificare. In base a come diciamo anche semplicemente una parola modifichiamo lo sguardo dell’interlocutore, piuttosto che il mondo che ci circonda. Cambiano i supporti, quello sì, ma la parola rimane esattamente importante. Cambia, secondo me, il tempo ritmo. Il tempo ritmo che puoi avere in una serie web non sarà lo stesso tempo ritmo che tu puoi avere in un podcast. Ma come diceva Pindaro, è il rhythmós che regola le cose del mondo. Quando c’è quel ritmo allora tutto sembra avere un ordine.


Il pubblico oggi sembra cercare identificazione, verità, riconoscimento. Che responsabilità senti come attrice nel dare corpo a storie che parlano del presente, delle relazioni, delle fragilità contemporanee?
Era il V secolo a.C., il secolo secondo me più bello della storia dell’umanità. Perché in quel secolo è nato tutto, la tragedia, la commedia, la retorica, la filosofia, la politica. La Cultura salverà da tutto questo, posso in qualche modo essere condizionata da quello che mi circonda, da un ideale di perfezione irraggiungibile e che poi non esiste, perché è sempre un Giano bifronte anche la perfezione: da un lato ride ma dall’altro piange. Credo che questo ideale di somiglianza, di omologazione si spenga nel momento stesso in cui si apre un sipario e raccogliamo tutte le nostre fragilità perché ci vengono mostrate. E al contempo da quelle fragilità dovremmo cercare di rimbalzare come da un trampolino. Ecco, la vera autenticità oggi e la verità sta proprio nel diverso, nell’accettare il nostro errore, la nostra imperfezione nel raccontarci, che sicuramente è molto più vera e molto più interessante una spirale imperfetta piuttosto che una linea retta che è sempre uguale a sé stessa.
Guardando al futuro, c’è un linguaggio, un tipo di ruolo o una storia che senti ancora “mancarti”, qualcosa che vorresti affrontare ora, dopo aver attraversato così tanti mondi diversi?
Italo Calvino diceva che un classico è quel qualcosa che non finisce mai di dire quello che ha da dire. Io penso che in realtà non ci sono linguaggi inesplorati ma soltanto direzioni diverse da cui si affrontano questi percorsi, e in questi percorsi ci si immette. Secondo me oggi mai come in questo periodo storico ha un senso invece guardare al passato per capire gli errori da non fare più. Per citare Montale in “Satura” diceva “la storia non giustifica e non deplora, la storia non è magistra di niente che ci riguardi, accorgersene non serve a farla più vera e più giusta”. Oggi secondo me non dovremmo avere quest’ansia di cambiamento, di velocità, ma considererei l’idea di trovare la felicità guardando un pochettino al passato capendo che il passato è quel qualcosa che non ha mai finito di dirci quello che ha da dirci, quando quel passato è sano, è autentico, è senza peccato.



