ALESSANDRO DALL’OLIO INCONTRA BIANCA TORTATO

Giovanissima ma già riconosciuta nel panorama teatrale contemporaneo, Bianca Tortato è autrice e interprete, vincitrice del Premio Hystrio Scritture di Scena 2025.
Dopo essersi formata tra Venezia e Milano, attraversando esperienze come Nuvolario e l’Office for a Human Theatre, ha sviluppato un percorso che intreccia recitazione e regia, scrittura e presenza scenica.
Con il debutto al PACTA Salone nella stagione 2023-2024, portando in scena un testo inedito da lei scritto, co-diretto e interpretato, ha mostrato una voce già definita e personale.
Oggi continua la sua ricerca con la compagnia Teatro Nume, lavorando a nuove drammaturgie e progetti che interrogano il presente con uno sguardo giovane ma consapevole.

Hai vinto il Premio Hystrio Scritture di Scena 2025: che cosa ha rappresentato per te questo riconoscimento, in un momento così iniziale del tuo percorso?
Vincere Hystrio Scritture di Scena ha rappresentato chiaramente un momento di svolta netta per me sia per quanto riguarda la visione che gli altri hanno avuto di me dopo il riconoscimento.
Con altri intendo persone esterne alla mia compagnia, persone esterne alla cerchia con la quale già collaboravo e che già conoscevano il mio lavoro, parlo di colleghi esterni, terzi, che stimavo e stimo molto artisticamente e questo perché ovviamente è innegabile un premio rappresenta un bel biglietto da visita.
Ma soprattutto ha rappresentato qualcosa di fondamentale per me internamente, nel senso che mi ha permesso di dire a me stessa “ok, tu puoi lavorare come autrice, come drammaturga, scrivere è parte del tuo lavoro effettivamente”, ha un po’ validato questa strada. Io vengo da un percorso un po’ diverso da un percorso classico.
Non esco da un percorso accademico, o qualcosa di canonico.
Perciò sicuramente vincere Hystrio in un momento così iniziale, con un testo così personale, che parla della mia famiglia, così intimo, per me è stato assolutamente necessario scrivere “Fratelli benedetti” che è il testo vincitore.
Ecco, vincere questo premio è stata una bella boccata d’aria, io direi così, e anche un grande stimolo perché aldilà del premio di per sé, la cosa più interessante, più bella è stato quello che poi si è aperto dopo, cioè avere la possibilità di far sentire il mio lavoro e di essere contattata, di incuriosire altre persone… e di permettergli di conoscermi e di conseguenza di potersi affidare a me nella scrittura di altre cose, di altre pièces, di altri spettacoli.
Ecco quindi direi grazie, fondamentalmente direi veramente grazie a chi mi ha permesso di far sentire il mio lavoro, di farmi conoscere.
E poi quello di riuscire a mettere la testa fuori dal guscio anche quando non ti conosce nessuno, ed è quello che noi stiamo provando a fare come compagnia ed è quello che individualmente è sicuramente il premio mi sta aiutando moltissimo a fare.

Sei autrice, interprete e ti sei formata anche nella regia.
Quando nasce un tuo progetto, da dove parti: dalla scrittura, dal corpo, da un’immagine, da una necessità?
Io nasco come attrice di formazione, ho poi studiato regia, scrittura non l’ho mai studiata però in realtà, paradossalmente, ad oggi è forse l’attività che mi prende più energie.
Io tendenzialmente parto dalla scrittura, nella creazione di un progetto per me e tutto parte dalle parole, sono una grande amante delle parole, e di come suonano le parole, di come immagino potrebbero stare nella voce delle persone con le quali collaboro.
Ogni parola che scrivo nasce già immaginandola in bocca a qualcun altro e questo è molto affascinante per me.
Tendenzialmente parto da una necessità. Sì, si parte sempre da una necessità, in teatro forse è la frase più utilizzata nelle scuole di teatro ed è forse anche la più vera poi alla fine.
Certo, si parte sempre da una necessità, anche quando scrivo qualcosa su commissione, anche quando si tratta di un progetto secondario rispetto ad altri, è sempre una necessità.
Si trova sempre un gancio necessario, altrimenti è a mio avviso quasi impossibile creare qualcosa di valido, di sensato. di apprezzabile e di condivisibile.
Quindi sì, parto dalla scrittura, il secondo passaggio è affidarmi a Michele (Michele Magliaro, ndr) tendenzialmente, che è la persona che segue il più delle volte le regie dei miei testi, perché io devo dire che ho capito di non essere particolarmente portata per l’aspetto prettamente registico, non è una cosa che mi appartiene tanto quanto la scrittura, tanto quanto lo stare in scena.
E di conseguenza lo tendo a lasciare, penso sia abbastanza importante saper darsi dei ruoli e saper affidarsi ad altri all’interno di un progetto, un progetto non penso possa essere seguito da una sola testa o almeno è molto difficile.
Perciò parto dalla scrittura, lascio poi andare il testo molto liberamente, non sono attaccata a quello che scrivo, anzi io invito chiunque prenda in mano un mio testo a smembrarlo e ribaltarlo e rimontarlo a suo piacimento.
Ecco, io faccio fare questo a Michele e dopodiché tendenzialmente mi torna indietro, perché stando anche in scena, poi vedo che cosa è successo, come è uscito dalla lavatrice, ecco.
Non parto da un’immagine precisa, da qualcosa di già definito, mi piace mettermi davanti al foglio e lasciare andare, e scrivere in eccesso per poi togliere, partendo però sempre da qualcosa che brucia, che vive, che esiste e che ho la necessità di sviscerare in quel momento.

Il tuo debutto al PACTA Salone con un testo inedito scritto e portato in scena da te è un passaggio importante.
Che tipo di responsabilità senti quando porti in scena parole che sono anche le tue?
Sicuramente portare in scena un testo, o comunque uno spettacolo, o un progetto più in generale che parla di persone realmente esistite, di persone che magari possono addirittura essere in sala e vedere, sentire e tentare di ritrovarsi in quello che vedono è una responsabilità innegabile e noi ce ne siamo fatti carico. Io quando ho scritto “Semi”, che è lo spettacolo che ci ha permesso di debuttare a Milano al teatro Pacta, che è un testo che parla di persone realmente esistite e che hanno assistito alla messa in scena, è stato un momento molto intenso, sia il lavoro che poi l’effettivo debutto, un momento che ci ha messi a confronto con la realtà di una persona che può anche non ritrovarsi in quello che vede in scena.
E qui entra in gioco il lavoro che io credo debba fare il pubblico, cioè riuscire a capire che il teatro è teatro, che il teatro nasce da una verità interna sì, ma è qualcosa che poi va oltre, che poi assume una vita propria.
Perciò io sento una responsabilità quando parlo tendenzialmente di persone, di figure già conosciute al pubblico, quando faccio riferimento a personaggi realmente esistiti, però ho anche la capacità di dire “va bene, da qua in poi, però c’è della fantasia”, c’è la libertà di creare dell’altro, di capire che via può prendere per me questo personaggio.
E mi auguro sempre ci sia anche da parte di chi vede e di chi ascolta questa libertà. Anche perché anche quando non scrivo o non dico parole di altri, ma dico magari parole mie, perché tante volte scrivo cose che partono proprio da me, da Bianca, e anche in quei casi comunque c’è una rielaborazione, comunque c’è qualcosa che poi esce da me.
È un po’ complesso, me ne rendo conto, però la risposta è che sento una responsabilità limitata in realtà, non sento un forte peso nel rielaborare, nel portare, nel riscrivere parole non mie, perché poi alla fine diventano mie in qualche modo se le sto riscrivendo io, e questo fa parte dell’accettare che ciò che accade in scena è qualcosa che nasce lì e che deve avere la totale libertà di vivere come meglio crede.
È una creatura esterna a noi quella che poi si crea sul palco secondo me.

La tua formazione è molto trasversale: dalla commedia dell’arte al teatro danza, fino allo storytelling e ai format contemporanei.
In che modo queste esperienze convivono nella tua scrittura e nel tuo modo di stare in scena?

Il fatto che io venga da una formazione che unisce vari mondi, da un teatro più classico al canto, alla danza, è per me molto arricchente in quanto interprete, e molto liberatorio in quanto autrice.
Dal punto di vista autoriale mi dà la possibilità di vedere il foglio bianco come una grande risorsa e come un qualcosa non di spaventoso, ma di veramente libero e questo è molto bello.
Dal punto di vista invece della me più interprete, più attrice, avere provato più sensazioni stando su un palco, stando su un set, è arricchente, mi permette di non sentirmi troppo impreparata quando mi trovo in situazioni distanti da quelle alle quali sono abituata, quindi tendenzialmente direi che è stato un grande vantaggio poter fare una scuola nella quale venivano toccate varie discipline.
Dall’altra parte probabilmente devo anche riconoscere di non averle approfondite tutte con la stessa energia, con lo stesso tempo, però questo fa sempre parte del fatto che non vengo da un percorso accademico canonico.
Però sì, sicuramente anche il fatto di non venire da un percorso così classico e per me, devo dire, affascinante, perciò lo dico anche con un po’ di amarezza in realtà quando dico non vengo da un percorso del genere, ecco però se devo trovare un lato positivo a questo è sicuramente che non mi tiro e non ci tiriamo indietro come compagnia di fronte a nessuna proposta, a nessuna richiesta, e ci buttiamo in tutto un po’ come fosse la prima volta.
Un po’ anche sapendo che avendo fatto esperienza di tante cose diverse in qualche modo abbiamo una preparazione.

Appartieni a una nuova generazione di artisti teatrali.
Che cosa senti urgente raccontare oggi, e quali sono – secondo te – le mancanze o gli spazi ancora da conquistare nel teatro contemporaneo?
Appartengo a una nuova generazione di teatranti e sono molto contenta della generazione alla quale appartengo perché trovo attorno a me delle persone veramente molto stimolanti, degli artisti interessantissimi, degli artisti vari, molto vari tra loro.
Credo ci sia un’urgenza impellente in tutti noi che è quella di richiedere di essere riconosciuti.
Nel senso che ad oggi nel teatro italiano, secondo me, una fatica grande e quella di riconoscere il lavoro altrui, e soprattutto di riconoscere il lavoro di compagnie più giovani da parte di persone, di figure che lavorano da molto più tempo.
C’è la tendenza al pensare ad artisti come artisti emergenti fino ai quarant’anni, questo secondo me è molto rischioso e perciò penso che un’urgenza forte sia sicuramente quella di essere riconosciuti in quanto lavoratori, in quanto artisti, in quanto figure che esistono, che fanno, che fanno e non fanno per gioco, ma fanno di mestiere.
Credo ci sia una grande fatica nel trovare spazi aperti e nuove proposte quando noi abbiamo incontrato Alessandro Dall’Olio, quando abbiamo conosciuto il TaG è stata una bella boccata d’aria perché non è così facile, anzi non è facile per niente trovare direttori artistici realmente disponibili a vedere ciò che porteranno in scena, ad ascoltare nuove voci, nuove proposte e così via.
Perciò penso ci siano ancora molti spazi da dover conquistare.
È chiaramente un momento complesso.
Ma non solo per il teatro per il mondo in generale, in teatro sicuramente c’è una grossa crisi economica che parte dal basso, ma arriva a livelli anche molto alti.
Però sicuramente c’è una forte urgenza. Ce ne sono molte, ognuno ha la propria certo, ma io sto avvertendo un’urgenza generale di dover fare, di doversi imporre, di dover dimostrare, di dover esserci sempre. E questo poi entra anche negli spettacoli. È chiaro, come quando la zia a Natale ti chiede che lavoro tu faccia e quando rispondi “io faccio la drammaturga, io faccio l’attrice” è molto difficile da comprendere per persone che non fanno questo mestiere.
Purtroppo a volte è difficile anche per persone che lo fanno questo mestiere, però sono fiduciosa.

Se guardi avanti, che tipo di artista desideri diventare?
Più autrice, più regista, più interprete — o qualcosa che ancora non ha un nome preciso?
Ma se guardo avanti, non lo so esattamente come mi vedo. Forse non guardo neanche così avanti ecco.
Però, io credo che porterò avanti quello che già sto sperimentando adesso, cioè diffondere diverse vie di continuare a scrivere perché quello è, non è una scelta ma è una necessità, perciò non potrei rinunciare a quello, ma di continuare a giocare in scena, perché mi mancherebbe se non lo facessi.
Probabilmente soltanto in determinati progetti, spero di riuscire col tempo a sviluppare sempre di più la capacità di affidare ad altri, di tirarmi indietro quando penso che qualcun altro potrebbe rendere meglio quel progetto, quelle parole, eccetera.
Però sì, mi immagino assolutamente di non diventare un’attrice pura, un’interprete pura, non ne avrei le capacità, non avrei la tecnica, non avrei forse poi neanche l’interesse, ma di mantenere questa dimensione un po’ ibrida, forse non lo so nemmeno se sia così ibrida, in Italia già c’è molto, esiste, non sono certo io a portarla, ma è per me la via più interessante, quella di fondere vari aspetti, la scrittura, l’interpretazione e la regia a volte.
Mi immagino di essere un artista così, diciamo un artista ibrida.

C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il teatro sarebbe stato il tuo linguaggio?
Oppure è stata una scoperta lenta, fatta di tentativi, dubbi e conferme?

Io sono la classica bambina che a sette anni sapeva già cosa avrebbe fatto da grande. E infatti ho sbagliato perché non ho fatto quello che pensavo avrei fatto a sette anni.
Però in realtà non è stata nemmeno una scoperta così lenta quella del teatro, io ho iniziato a fare teatro al liceo in modo casuale.
Studiavo scenografia e un giorno la mia professoressa di scenografia mi ha proposto di entrare nella compagna della scuola e mi ci sono buttata.
E da lì, in modo molto poco razionale, quindi molto poco da me in realtà, sono finita qua.
Una volta finito il liceo sono venuta subito a Milano a studiare prima recitazione e poi regia. E poi è capitato tutto molto in fretta, in realtà. Quindi, no, non è stato poi così lento, è stato forse casuale per certi versi, però forse in realtà è stato semplicemente molto molto naturale. Non mi sono posta neanche troppe domande, sicuramente devo dire un grande grazie alla mia famiglia che comunque non ha avuto nessun dubbio nel supportarmi in questo.
Però devo dire grazie anche alle persone che mi hanno spinta, forse senza neanche saperlo, a buttarmi e a sviluppare la libertà mentale per poter accettare che non tutto è definito, non tutto è perfetto o lineare, ma che poi con calma, con la pazienza, ogni pezzo del puzzle si mette al posto giusto.
Ad oggi penso che non potrai fare altro. Non mi immagino fare nient’altro, è la mia passione più grande, è ciò che mi piace vedere, ciò che mi piace fare, ciò che mi piace sentire, ciò di cui mi piace parlare.
È la mia vita privata, non privata: è la mia realtà, totalmente.

Bianca Tortato
Teatro Nume

un progetto di:

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