Attore, autore e interprete dalla forte identità scenica, Angelo Colosimo ha costruito il proprio percorso tra formazione, teatro ragazzi, drammaturgia e una personale ricerca sul rapporto fra memoria, territorio e contemporaneità. È autore e interprete di una trilogia di monologhi – Bestie rare, L'Agnello di Dio e Simu e pùarcu – nei quali la lingua calabra diventa materia viva della scena e strumento per raccontare storie di violenza, famiglia, potere (ottenendo vari premi).
Oggi il suo lavoro prosegue anche con A.S.P. Armata Spaccamattoni, spettacolo scritto e interpretato da lui, che racconta paure collettive, superstizione e fragilità dell'uomo contemporaneo.
Sei nato in Calabria, ti sei formato a Bologna e hai attraversato esperienze professionali molto diverse. La Calabria, però, torna continuamente nel tuo teatro.
Quando hai capito che quella terra non era soltanto il luogo da cui provenivi, ma una vera materia drammaturgica?
Allora, quando l’ho capito? L’ho capito quando ho cominciato a riflettere su cosa volesse significare originale. Originale per me significava soprattutto tornare alle origini e aver creato una certa distanza anche con il luogo di origine ha creato una condizione tale per cui puoi vedere quel luogo come un osservatorio, per te è un posto dove puoi con distanza guardare alcune evoluzioni dell’uomo, perché sono convinto che un piccolo posto funzioni come un grandissimo posto, cambiano solo le dimensioni, e da lì raccontandolo poter raccontare un po’ quello che di comune ha all’essere umano nei suoi vizi ma anche nelle sue virtù. Quindi diciamo che è stata un’esigenza di tornare alle origini e quindi di fare qualcosa di originale, ecco questa è la motivazione.
Nei tuoi lavori attraversi spesso zone oscure dell’essere umano – violenza, famiglia, sopraffazione, mafia, infanzia.
Eppure dentro queste storie convivono anche ironia e grottesco.
Quanto è importante, per te, non lasciare che il dolore diventi semplicemente dolore sulla scena?
Molto banalmente ti direi che il primo incontro con la poetica di Aristotele quando parli di catarsi è stato fulminante, perché praticamente riesci a capire qualcosa che prima non riuscivi a definire, ed effettivamente è il motivo per cui poi fondamentalmente si fa teatro. Quindi anche i drammi vissuti, i drammi collettivi riportati su un palcoscenico fanno sì che questi non solo possano essere compresi, però possono aiutare quando esci fuori dalla sala, vai a casa, possono aiutarti a pensare a quello che tu hai visto e questo pensiero, anche per un momento, può aiutarti comunque a elaborare o a vedere in maniera diversa una determinata situazione, la quale magari prima non avevi neanche pensato. E’ stato questo in primis, invece il grottesco e la comicità fanno parte comunque sempre di una parte di dolore. Dolore, doloroso, si ride di tutto ciò che fa male a qualcuno, a te stesso, in tutta la comicità c’è una parte di dolore, gli inglesi quando descrivono la comicità dicono è verità e dolore, quindi le due cose vanno sempre di pari passo. Sono un forte sostenitore di questa tesi, anche quando ho incontrato il riso, il saggio sul significato comico di una persona, è stata un’illuminazione, e anche lì si parla di processi anche dolorosi oltre ad altri meccanismi. Poi è così indefinito il riso, non c’è riuscito nessuno, non vi aspettate insomma che ci riesca io a definirlo bene.
Hai scelto spesso la forma del monologo, ma nei tuoi spettacoli sulla scena sembrano vivere moltissimi personaggi e moltissime voci.
Che cosa significa per un attore stare solo davanti al pubblico e, contemporaneamente, riuscire a costruire un intero mondo?
Il monologo nasce innanzitutto da una necessità. Questa necessità non è di stare da soli in scena, perché poi, come giustamente dici anche tu, stai con altri personaggi. È legata più a un fatto pragmatico, perché è molto difficile fare teatro, soprattutto quando non sei in circuiti molto grossi e lavorare in tre, quattro, cinque persone è molto faticoso. Portare in giro poi questi lavori, è molto più faticoso riuscire a remunerare bene le persone che lavorano con te, è molto più semplice lavorare da soli, quindi è un fatto proprio pragmatico. Anche se uno degli ultimi miei lavori, la Salvazione, eravamo in tre in scena, regia, luci, tecnica, eravamo quasi in sette persone a lavorare, ed è stato molto faticoso nonostante l’operazione sia andata molto bene. Però è difficile poi da fare girare, i circuiti sono saturi e così non lavorano quattro persone. Con un monologo almeno non lavora una persona o lavora una persona, è un fatto di necessità.


Con A.S.P. Armata Spaccamattoni parti da una storia apparentemente surreale per arrivare alle paure collettive e al nostro bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire la colpa.
È questo, per te, uno dei compiti del teatro: prendere ciò che abbiamo appena vissuto e restituircelo trasformato, affinché possiamo finalmente guardarlo?
Beh, in ASP Armata Spaccamattoni racconto due eventi spiacevoli che sono stati un po’ la pandemia, e la morte di mia madre che è morta di Covid, che detto così sembra un lavoro molto triste, ma in realtà non lo è. E anche lì, come ti dicevo già anche in precedenza, creare questa distanza, ho voluto crearla in maniera netta perché questi saranno dei momenti dove ti rimarranno solo delle sensazioni, che piano piano sono l’unica cosa che il tuo corpo percepirà di quel momento là. Come diceva Carmelo Bene, il teatro non ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno del teatro, e quindi diciamo che è stato più questa volta un bisogno di raccontare questa storia. Affinché un po’ mi rimanesse il ricordo. Nello stesso tempo anche un po’ cercare di allontanare quei momenti brutti e riviverli per cercare di interiorizzarli e renderli quanto più dolci possibili, seppur dolorosi. E quindi ho giocato sulla cosa più distante che si potesse trovare in scena rispetto a due eventi dolorosi, ovvero la farsa; infatti è una farsa tragica, si ride in maniera grottesca di alcune situazioni ed eventi, fino a poi arrivare ad una verità, ma quel grottesco, quella comicità che percorre tutto lo spettacolo fino a più di tre quarti, aiuta poi a supportare un momento un po’ più doloroso. Nello spettatore è molto gradita questa cosa, devo essere sincero, perché sto riscontrando dei favori molto buoni, molto positivi.
Da quest’anno sarai anche insegnante dei corsi di Teatro per adulti di Officine Guitti al TaG.
Che cosa ti interessa trasmettere a chi si avvicina al teatro non necessariamente per farne una professione?
Sì, da quest’anno sarò anche con Officine Guitti, con Francesca che è una cara amica che mi ha proposto questa cosa e ho accettato subito, ho detto sì, mi piaceva l’idea. Che cosa deve passare? Deve passare innanzitutto un momento piacevole, un momento dove vieni là e non pensi a nulla, ti devi un po’ dimenticare quello che hai fatto fino a due minuti prima di toglierti le scarpe e cominciare a lavorare con un nuovo paio di scarpe, perché solitamente si fa così. Noi ci togliamo le scarpe da fuori e utilizziamo quelle solo per il teatro. Ecco, l’idea è proprio questa, utilizzare un nuovo paio di scarpe, che fanno all’inizio un po’ male, poi cominciamo a prendere confidenza con queste scarpe, le scarpe prendono la forma del piede e cominciamo a starci comodi. Quindi comodità, mi piacerebbe trasmettere, e anche dei momenti di gioia, spassosi, perché molto spesso le persone affiancano all’idea di teatro una forma di pesantezza… no, non è così, è chiaro, se si lavora col testo un minimo toccherà studiare, ma un minimo, ma quello studio deve essere un momento di gioia che porterà poi alla condivisione di uno spettacolo che faremo insieme. Ma un momento ludico deve essere, deve esserci davvero un sacco di tranquillità, non pensare a nulla, divertirsi, giocare a fare le cose, giochiamo a fare le cose come i bambini.


Il teatro è uno dei pochi luoghi in cui oggi persone sconosciute si ritrovano fisicamente nella stessa stanza per ascoltare qualcuno raccontare una storia.
In una società sempre più mediata dagli schermi e sempre più povera di luoghi di incontro, quanto è ancora necessario il teatro?
Allora, questa domanda è difficile, mi verrebbe da risponderti con un’affermazione molto netta: Il teatro è necessario perché è un sigillo di autenticità. Quello che succede lo vedi, è là, non possiamo far finta che ci sia altro, lì c’è una persona, la vedo, la posso toccare, so che è lì, o meglio, non posso salire sul palco per toccarla, però lo so, è lì. Quelle cose stanno succedendo lì. E quindi è autentico nel vero senso della parola, non ti lascia la possibilità di poter percepire altro. Oddio è vero? non è vero, questo che sto vedendo? lo hanno fatto veramente o non lo hanno fatto? Non è schermato e quindi ti dà sempre quell’idea che sia sempre presente, e che accada veramente, quindi è l’unico spettacolo autentico che esista ancora al mondo. E non potrà mai tramontare, non ci sarà, non esiste una fine, facciamo ancora fatica a riconoscere gli inizi, esisterà sempre perché ci dà quel sigillo di garanzia, di una presenza che ormai facciamo fatica a percepire, quella che è la presenza attraverso lo smartphone come dicevi, attraverso internet, attraverso sull’intelligenza artificiale. No, lì no. C’è, ci siamo, c’è il corpo, c’è la persona, c’è l’essere completamente unito e non frammentato o proiettato.
Una domanda più personale per chiudere: se ripensi al ragazzo che nel 2001 iniziava a confrontarsi con il pubblico e a quello che oggi scrive, interpreta e insegna, che cosa è rimasto identico in te e che cosa, invece, il teatro ti ha completamente cambiato?
Beh sì, sì, mi ha cambiato, ma diciamo anche prima del 2001 io comunque facevo qualcosa anche in Calabria. Però mi ha cambiato un sacco, come tutte le esperienze che facciamo, il teatro è una forma di arte dove le esperienze fanno sì che tu possa portare in scena qualcosa, e quindi ogni esperienza ci modifica. Ma prendendo anche delle grandi mazzate. Ho imparato quello che mi piaceva fare, da esperienze fatte meravigliose, ma che sono arrivate anche forse troppo presto rispetto a quanto non fossi maturo. Io ho avuto la possibilità di lavorare con dei grandi personaggi, davvero grandi personaggi, da Edoardo Sanguineti a Claudio Longhi, direttore del Piccolo, e mi accorgo oggi che era l’incoscienza che mi guidava a voler fare esperienza, ma non avevo ancora quella consapevolezza. Adesso sono un po’ più consapevole di quello che faccio. Mi piace rischiare sempre, ma riesco a ponderare meglio. Quindi mi ha cambiato e spero che mi continui ancora a cambiare. Spero di smentire completamente quello che sto dicendo adesso fra qualche anno. Me lo auguro in maniera positiva naturalmente. Bello però ci ripenso anche con una lacrimuccia, ne ho fatte di cose ma sono più quelle che devo fare, quindi mi rimbocco le maniche e mi rimetto al lavoro.


