Danzatrice e coreografa dal respiro internazionale, Martina La Ragione ha costruito un percorso artistico che attraversa alcune delle realtà più significative della scena contemporanea europea. Ha lavorato con coreografi e compagnie come Carolyn Carlson, il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, Romeo Castellucci e il Bayerische Staatsballett, muovendosi tra creazione, performance e formazione.
Parallelamente alla carriera di interprete, sviluppa una ricerca autonoma che indaga il rapporto tra corpo, spazio e comunità, come nel progetto site-specific UDT–Urban Dance Training. Attiva anche come docente, porta avanti una pratica che unisce floorwork, composizione e improvvisazione, in un dialogo continuo tra gesto, ambiente e relazione.
Il tuo percorso ti ha portata a lavorare con realtà molto diverse, dal Tanztheater Wuppertal al Bayerische Staatsballett.
Che cosa cambia, per un interprete, nell’abitare questi universi così distinti?
Io credo che per un interprete non ci sia cosa più bella che lavorare in ambienti diversi, di fare esperienze diverse in cui ti metti in gioco, ti metti alla prova e tutte le volte è una storia diversa.
Per esempio, aver lavorato col Tanztheater di Wuppertal mi ha dato l’opportunità veramente di entrare in un universo che sì, posso dire fosse nel mie corde sin dall’inizio, ma che non avevo mai avuto il piacere e l’onore di poter sperimentare, quindi per me è stata un’esperienza molto forte e sono molto grata alla vita perché mi ha presentato questa opportunità.
Sono soprattutto grata alla direttrice artistica di quel momento che era Bettina Wagner-Bergelt, che è veramente stata il mio mentore, il mio angelo custode in tutti questi anni, ed è stato anche l’aggancio che io ho avuto per lavorare al Bayerische Junior Ballet, dove ho potuto in quel caso non interpretare ma coreografare… non sono stata interprete in quel caso lì, ma comunque anche essere fuori e coreografare fa parte del percorso di un interprete a un certo punto, anche perché stare dall’altro lato secondo me ti fa essere migliore interprete dopo un po’.
Quindi devo dire che sono state due esperienze molto molto diverse. Quella del Tanztheater mi ha vista protagonista come performer, conoscendo dei colleghi meravigliosi, veramente potendo assaporare un pochino quello che è stato l’universo di Pina Bausch, quindi veramente un’esperienza fantastica… purtroppo alle soglie del covid, e quindi mi ha visto un poco protagonista di questa esperienza però l’importante è che siamo riusciti ad andare in scena.
Mentre l’esperienza dello Junior Bayerische Ballet, quella mi ha visto proprio come coreografa.
Coreografa di una compagnia stupenda, di giovani danzatori che purtroppo durante il periodo del covid avevano perso qualsiasi speranza per il futuro, avevano appena iniziato a lavorare, ed è stata una creazione molto complessa perché ricordo che il direttore artistico Ivan Liška mi chiese di farla lo stesso nonostante il covid, quindi è stata una creazione iniziata in Zoom!
È stato veramente assurdo ma allo stesso tempo bello perché mi ricordo proprio che ci ha messi tutti in discussione, eravamo tutti lì a sperare, eravamo tutti lì a darci manforte, quindi è stata per me una delle creazioni più belle: perché è iniziata, come dicevo, in maniera virtuale, e poi quando ci si è potuto incontrare, siamo stati tre settimane in sala e abbiamo concluso il tutto.
Quindi ho lavorato da casa, facendo lavorare i ragazzi a dei piccoli assoli, perché loro non potevano incontrarsi e lavoravano in site specific, nelle loro case, nei loro giardini…
Insomma è stata un’esperienza molto intensa, che mi ha aiutato un sacco anche a crescere come performer.
Comunque credo che un bravo interprete debba poter confrontarsi con universi diversi.
Anzi, penso che sia una boccata d’aria per un interprete. Penso che un interprete debba sempre cimentarsi in ruoli diversi perché è così che si cresce, è così che si fa esperienza, è così che si arricchisce il proprio bagaglio culturale, è così che si imparano le cose. Come diciamo noi, è così che si fa il mestiere.
Hai collaborato, tra gli altri, con Carolyn Carlson e Romeo Castellucci: due visioni molto forti della scena.
Che tipo di segno hanno lasciato nel tuo modo di intendere il corpo e la presenza?
Sicuramente Carolyn Carlson e Romeo Castellucci mi hanno segnata profondamente.
Devo dire che con Carolyn ero nella mia giovanissima età, avevo 22 anni, ed è stato un ambiente particolarmente stimolante per una ragazza di quell’età, perché comunque ero in Biennale, quindi c’erano spettacoli, esibizioni, mostre in ogni angolo della città.
Quindi come Compagnia della Biennale, sono stata veramente fortunata perché ho potuto godere di tutte le iniziative che la Biennale ci offriva in un momento in cui proprio ero all’inizio della mia carriera. Quindi è stato un momento molto intenso, molto emozionante che non dimenticherò mai. Un momento molto fresco anche.
Carolyn per me è stata veramente una maestra… avevo fatto l’audizione per l’Accademia dell’Isola di San Giorgio e poi Carolyn mi ha preso anche nella compagnia e quindi sono stata super contenta e grata a questa persona di cui mi sono fidata ciecamente perché io venivo da tutto un altro ambiente….
Ho sempre studiato all’estero il release, il contact, la contact improvisation… anche se comunque ho fatto tanti anni di studi di danza classica, di Cunningham, con Tery Weikel, ho una formazione comunque classica ma… avendo poi fatto tutto un percorso che mi ha portato a scoprire il corpo in una maniera un po’ più contemporanea, diciamo così, tornare a un un post-modern con Carolyn Carlson per me è stata una sfida.
Ma che comunque mi ha stupita e mi ha fatto apprezzare questa donna meravigliosa che mi ha insegnato a stare in scena in una maniera che non potevo pensare di scoprire così giovane. Devo dire la verità.
Quindi le devo veramente tanto, lei ha avuto tanta fiducia in me, mi ha presa anche se mi ha vista “diversa” dai suoi soliti danzatori e ha avuto fiducia in me e io gliel’ho ricambiata. Sempre le sarò grata.
La ricordo con tanta ammirazione e tanto affetto, una persona veramente generosissima che a noi della compagnia ha dato tantissimo, e mi ha lasciato un segno fortissimo. Grazie a lei ho costruito un pezzettino in più di quella che sono oggi.
Per quanto riguarda Castellucci è stata una breve esperienza in un’opera, il Parsifal, dove ho fatto audizione e sono stata presa dalla sua coreografa e ho lavorato principalmente con lei.
Che segno mi ha lasciato? Beh, Castellucci è indimenticabile perché comunque lavora in una maniera che è molto vicina al mio universo, è molto vicina al mio pensiero di essere performer, soprattutto adesso. Adesso che ho un’altra età, ho altre esperienze alle spalle e quella con Castellucci ha lasciato un segno indelebile, non solo come performer ma anche come visione totale di una performance.
Quando lavori con Castellucci non sei solo performer: sei la performance. Entri in questo suo mondo visionario supercinematografico, fortemente teatrale, ma allo stesso tempo che ti catapulta in un universo che devi assaporare, devi imparare a decifrare e che devi farti entrare dentro per essere parte di questo paesaggio. Non so come spiegarlo meglio…
Posso riassumere dicendo che con Carolyn ho veramente imparato a stare in scena, mentre con Castellucci ho capito che tipo di performer voglio essere.


Nel tuo lavoro emerge una forte attenzione alla relazione tra corpo e spazio, soprattutto nei progetti site-specific.
Che cosa succede alla danza quando esce dal teatro e incontra lo spazio urbano?
Bella questa domanda!
Mi piace un sacco perché è una cosa che mi chiedo da tanti anni a questa parte e che cerco di mettere in atto. Infatti con questo progetto in cui lavoro in urbano, che è l’Urban Dance Training… spiego un po’ che cos’è il progetto. È nato dopo la Biennale di Venezia, quando mi sono decisa di trasferirmi a Bologna.
Ero molto giovane, non avevo una sala a cui appoggiarmi, e quindi per allenarmi ho iniziato ad allenarmi per la strada, come fanno i danzatori di street.
Quindi tutti i b-boys, le b-girls, i danzatori di hip-hop, di breaking… magari la sera andavo in giro nelle zone di Bologna che preferivo, anche perché stavo scoprendo la città, non la conoscevo ancora bene, quindi mi divertivo tantissimo ad entrare in tutti gli angoli della città e semplicemente facevo delle grandi improvvisazioni.
All’inizio è nato come un training, perché avevo bisogno di praticare delle qualità di movimento e così via, poi piano piano ho iniziato a guardarmi attorno e a vedere la bellezza in cui il mio corpo si muoveva. Piano piano è iniziato a diventare più un ascolto del territorio in cui ero, un ascolto delle architetture, un ascolto delle stradine in cui mi trovavo, degli archi, della porte, dei portoni, delle piazze…e questa cosa ha iniziato a incuriosirmi sempre di più. Perché era come performare con un pubblico aleatorio, perché comunque tutte le volte che mi muovevo… è normalissimo, se uno si muove in una maniera astratta, e inizia a danzare in una piazza, sotto un portico, vicino a un portone, davanti a una fontana, sulle strisce pedonali… comunque suscita una reazione a chi sta intorno…
Piano piano mi sono accorta che avevo un pubblico, e che questa cosa mi faceva sentire come in teatro. Ma in una maniera diversa logicamente, perché era una forma d’arte accessibile a tutti, mi sono resa conto a un certo punto che il mio corpo, messo a disposizione di uno spazio urbano, che fosse più naturale o più artificiale, generava una serie di reazioni nelle persone, e anche in me che danzavo, inaspettate. È molto diverso danzare in site-specific che danzare in teatro: primo per ragioni tecniche, perché in teatro siamo abituati a una tecnica tipo scatola nera… le quinte, un tappeto danza, un pavimento in legno, quindi ad una comodità, le luci, un pubblico che entra, si siede e fa silenzio ed è concentrato insieme a te, c’è un tipo di comunicazione che passa in maniera quasi sacra, come un rito, una sorta di scambio di intesa, sottintesa… mentre in strada c’è un pubblico curioso, un pubblico che si sofferma appena, un pubblico che rimane lì e ti fa le domande dopo, un pubblico di passaggio che non ha comprato un biglietto ma che a un certo punto… è come vedere un graffito, un’opera d’arte segnata sul muro… lo sai che è lì, la vedi, magari ci passi tutti i giorni, ma c’è il giorno in cui ti fermi e la contempli e ci sono i giorni in cui sai che è lì e che puoi usufruire di questa bellezza.
Quindi la stessa cosa di un corpo messo tra le architetture della città, per me è come lasciare un messaggio che puoi decidere di guardare o di non guardare, però è là.
Inoltre io penso che questa esperienza del site-specific mi ha fortemente cambiata da un punto di vista, mi ha cambiato un po’ la creatività.
Mi spiego: mi ha fatto aprire gli occhi veramente allo spazio, mi ha fatto capire che il corpo di un danzatore non può essere fine a sé stesso, non posso sempre isolarmi nella mia bolla “sacra”, io devo essere un corpo permeabile, devo potermi confrontare con quello che mi sta attorno. Come faccio ad attirare lo sguardo esterno se io per prima non empatizzo con quello che mi sta attorno?
Se io non accolgo quello che mi sta attorno? E come posso pretendere che una persona entri nel mio mondo se io non mi apro?
Questa cosa, questo stare fuori mi ha fatto riflettere tantissimo su quello che sto dicendo, perché ho iniziato a notare i dettagli, i particolari di uno spazio, li ho iniziati a guardare, ad osservare, a farli miei, a interiorizzarli nel corpo, a usarli.
Devo dire che tramite il site-specific ho imparato che anche quando sono in scena in un teatro e devo improvvisare, se mi manca l’ispirazione, se non so dove… chiaro che mi posso appigliare a tutta la tecnica che conosco, quindi vado a ripescare nel mio bagaglio… ma quello che mi ha insegnato stare fuori è che anche se sto in una scatola nera posso ricreare quello che ho visto fuori e posso usarlo, posso nutrirmi dell’esterno.
Un’altra cosa meravigliosa del site-specific è l’imprevedibilità, ci sono cose che succedono costantemente e che ti rendono iper-percettivo, e iper-reattivo. Questa è una cosa che ho imparato tantissimo danzando fuori.
Per me la cosa più bella in assoluto è proprio questo contatto diretto con la comunità, contatto diretto con le persone che sono in loco.
Che cambiano a seconda di dove vai, all’interno della città, quindi è veramente meraviglioso vedere l’espressione dei passanti, vedere cosa ti dicono, come ti accolgono o come ti rifiutano, perché molti ti rifiutano e ti prendono per pazzo.
Però la bellezza è anche quella, quindi quando parlo di imprevedibilità parlo anche di tutte queste reazioni e di come gestisci queste reazioni.
Sei anche coreografa: i tuoi progetti sembrano interrogare il corpo in relazione a limiti e possibilità.
Qual è la domanda che guida oggi la tua ricerca coreografica?
Credo che la mia ricerca coreografica sia sempre stata molto fisica, i cui il corpo, la fisicità di questo corpo sia l’elemento fondamentale, sia l’elemento parlante.
Ancora penso sia così, anche se soprattutto dopo l’esperienza con Castellucci è diventato un corpo più installativo-performativo, se posso dire, ma comunque l’interesse che cresce sempre di più è un interesse verso la comunicazione col pubblico, mi interessa tantissimo empatizzare, come poter creare qualcosa che possa portare il pubblico direttamente dentro all’universo che sto descrivendo.
Da qui cercare di creare sempre di più per le comunità, cercare di integrare con workshop, attraverso prove aperte, cercare di fare entrare il pubblico nella performance prima della performance.
Prima dello spettacolo, come poter fare nascere un progetto che coinvolga le comunità in una maniera in cui il pubblico possa veramente osservare la creazione anche nel momento intimo della creazione. Che il pubblico possa capire come è si crea.
Come fare questo? Aprendo le porte, cercando di andare da loro, nel momento in cui si sta creando uno spettacolo non chiudersi in una scatola e fare vedere il prodotto alla fine ma di fare delle incursioni urbane, creare dei momenti appositi per il pubblico per venire a parlare con gli artisti, con i performer, con il coreografo, con la coreografa, cercare di creare momenti per loro.


Il tuo lavoro pedagogico è molto attivo, tra Italia e estero.
Che cosa cerchi di trasmettere ai danzatori in formazione, al di là della tecnica?
Insegno da tantissimo tempo, avevo vent’anni…
Sono veramente tanti anni. Sia il mio modo di insegnare, che il mio approccio, che la visione, è cambiata tantissimo.
È una cosa che mi dà molta soddisfazione, che mi piace moltissimo, pur riconoscendo che c’è il peso di una forte responsabilità, perché questi giovani ti si affidano, ripongono tante aspettative e tanta fiducia, e quindi è una cosa che trovo meravigliosa ma anche un po’ spaventosa, ma che affronto con piacere.
Oltre alla tecnica, che è fondamentale perché il corpo di un performer, di un danzatore, deve per forza essere allenato perché è lo strumento con cui si comunica e dunque deve essere pronto, deve avere più reattività possibile, deve essere un corpo percettivo, un corpo che parla, un corpo forte, un corpo che sia come è nella sua intera bellezza, con i suoi difetti e i suoi pregi, ma che sia pronto.
Al di là di questo, quello che mi piace sempre trasmettere è la performatività di questo corpo, quindi non è solo data dalla tecnica, che è il supporto fondamentale, ma “chi è questo corpo?”, “Cosa mi dice?”, che esperienze di vita ha avuto e come si pone davanti a un’altra persona e come parla.
Questa è la cosa che per me è fondamentale: come comunicare col corpo che ci si ritrova. Imparare soprattutto ad amarlo, ad accettarlo, e a condividerlo. Questa è la cosa che mi piace passare di più.
Una cosa che ripeto sempre è di avere coraggio.
Perché per fare questo mestiere ci vuole coraggio, come in tutto nella vita, e quindi quando sono disperati, quando non hanno speranza per il futuro, io dico loro sempre di tenere duro e di avere coraggio, di continuare a lavorare e di metterci il cuore, di fare del lavoro sodo, di stare lì a scoprirsi, a impegnarsi, che è un lusso potersi permettere di stare in una sala a ricercare la propria identità.
Siate voi stessi, capitevi, comprendetevi, cercate di andare a fondo nelle vostre scelte, nelle vostre decisioni.
Andare a fondo nella tecnica in un pliè, come andare a fondo in una domanda che non riesci a risolvere.
Chiedo sempre di fare questo scatto, tra tecnica e quello che loro sono. Perché questo li porta – ma porta anche tutti noi e chi viene poi ad osservare il lavoro che si fa – li porta vicini, li porta ad avere una voce propria.
Questa è la cosa più importante: che loro parlino a voce alta di cose che per loro sono importanti da comunicare.
Dopo un percorso così ricco e internazionale, quale direzione senti di voler esplorare ora: c’è un territorio artistico o umano che ti chiama con più forza?
Anche questa è una bellissima domanda.
Molto difficile ma anche stimolante, a cui forse posso rispondere dicendo che mi piacerebbe avere un mio gruppo di lavoro.
Sul territorio bolognese, un gruppo di lavoro formato da tutti quei bellissimi e giovanissimi danzatori che sono a Bologna, che non hanno ancora lavoro, che cercano di andare all’estero, che per molti motivi non riescono, ma non perché non siano bravi – sono bravissimi – ma perché la vita è così, e quindi mi piacerebbe veramente dare loro l’opportunità di fare quello che desiderano, di danzare.
Mi piacerebbe proprio creare un gruppo di lavoro, dove si possano fare workshop, sperimentazioni, però sempre con un’apertura viscerale alla città. Questo sarebbe un desiderio che vorrei si avverasse.
C’è troppa gente brava che non viene valorizzata, non viene vista, non viene ascoltata, non viene supportata e quindi mi piacerebbe tanto poter fare questa cosa.
In un tempo in cui l’arte e la cultura sembrano spesso considerate marginali, quale pensi sia oggi il valore profondo della danza, del teatro e della creazione artistica nella società?
E perché, secondo te, restano invece così necessari?
Penso che oggi sia veramente necessario… necessario pensare.
Penso che si fa di tutto per non farci pensare e quindi io sono fermamente convinta che l’unica salvezza e l’unica risposta sia nell’arte e nella creatività.
Come ho sempre pensato, e oggi lo penso sempre di più. Io dico che bisogna continuare a stringere i denti, lottare e andare avanti perché bisogna pensare, bisogna fare aprire la testa a tutti.
Bisogna che ci apriamo la testa, bisogna che guardiamo che cosa sta succedendo, bisogna che riempiamo di bellezza quello che c’è attorno. E penso che questo sia uno dei pochi modi per uscire dal buio.



