ALESSANDRO DALL’OLIO INCONTRA ROBERTA LIDIA DE STEFANO

Roberta Lidia De Stefano è attrice, autrice e cantante, diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi.
Il suo lavoro attraversa teatro, musica, scrittura e formazione, muovendosi tra classici e contemporanei, produzioni indipendenti e istituzionali, contesti nazionali e internazionali.
La sua ricerca artistica è fortemente incentrata sulla biopolitica dei corpi e delle voci, su un’idea di scena come spazio vivo di attraversamento, confluenza e trasformazione.

Il tuo percorso artistico tiene insieme recitazione, scrittura, musica e canto.
In che modo queste discipline dialogano tra loro nel tuo processo creativo?
C’è una che guida le altre o nascono sempre insieme?
Diciamo che ho sempre concepito l’opera d’arte, o comunque la creazione, come un processo che sia un tutt’uno, che non metta paletti, che non metta spaccature in qualche modo. La musica, l’azione scenica, il gesto verbale, l’autorialità a partire dalla scrittura della scena, direttamente sulla scena in quanto attrice, e di conseguenza poi la scrittura, o la musica nelle parole mentre si scrive, mentre si recita, ecco mi è difficile poter immaginare un processo che non abbia già di per sé un pensiero unico. Io non amo molto le definizioni e da sempre ho ricusato delle categorie di appartenenza come artista, come persona, come donna, quindi ecco, i confini per me sono importanti ma nei termini in cui è anche lecito a volte permettersi di oltrepassarli. Al tempo stesso il confine è interessante quando poi si si tratta di personalità, di personaggi, di ruoli anche ai margini in un mondo dove tutto è centripeto, dove tutto è centrificato sia nelle nostre città che nelle nostre individualità. Quindi io preferisco andare in un oltre, diciamo post identitario, dove c’è una fluidità di fondo, dove non ci sono quasi dei confini, dove si arriva un po’ alle volte all’estremo sempre in maniera poetica e chiaramente rispettosa dello spettatore, della spettatrice e della comunità.

Nei tuoi lavori emerge con forza un interesse per la biopolitica dei corpi e delle voci.
Che cosa significa, per te, fare un lavoro politico sulla voce oggi, in scena e fuori dalla scena?
Beh, fare un lavoro politico sulla voce significa intanto parlare a tutti e a tutte e a tutt: cioè essere in collegamento e in ascolto, di conseguenza, con la polis, quindi con il pubblico, con la sala, con i colleghi, con il testo, con il contesto. Essere in dialogo con tutto questo, con lo spazio anche. La voce è qualcosa di fondamentale sia in senso fisico e che quindi necessita una spazializzazione sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista proprio per poter arrivare da qualche parte, per poter coinvolgere, e sia dal punto di vista proprio metaforico, perché dare voce a chi non ne ha è spesso un atto di presa di responsabilità, a volte rivoluzionario, a volte un po’ abusato, soprattutto negli ultimi tempi. Ma dare voce è anche non solo questo ma anche ascoltare a volte la voce di chi invece non viene ascoltato di solito. Ecco questo credo che sia fondamentale perché la voce assieme al corpo, il corpo voce insomma, è quello che poi implica la comunicazione tra esseri umani, quindi direi che semplicemente ascoltare e parlare a tutti e a tutte e a tutt coinvolgendo veramente anche tutta l’evoluzione di quello che è diventata la nostra comunità di riferimento.

Hai lavorato sia in grandi produzioni istituzionali che in progetti indipendenti, come quelli de Le Brugole o della tua nuova casa di produzione Ro.Se.
Che tipo di libertà e di responsabilità senti maggiormente in questi contesti?
La libertà che sento quando produco i miei spettacoli è, intanto, il prendermi il rischio di fare una cosa che per me è necessaria. Sicuramente il percorso di un artista, soprattutto quando decide di intraprendere un percorso radicale, seppur affiancato da produzioni, come dire, più inserite nel sistema o altre più istituzionali, anche da interprete o da performer, ma quando decido in qualche modo che c’è qualcosa che mi muove, sicuramente, ecco, mi do la possibilità di rischiare. Mi do la possibilità di mettermi a nudo su delle cose che io vedo in un determinato modo. Vedo e sento, perché sento sia col corpo che con le orecchie. Ci sono delle cose che per me sono fondamentali, cioè la libertà della creatività, della creazione, dell’atto creativo, può sembrare una cosa ormai obsoleta e anche pretenziosa e presuntuosa. E invece, secondo me, è l’unica cosa, perlomeno nel mio caso, che mi ricorda per quale motivo ho scelto di intraprendere una carriera nel teatro e non in un altro tipo di settore. E questo lavoro culturale è un lavoro frustrante a volte, un lavoro, come dire, di artigianato, e un lavoro veramente certosino e anche dove necessita veramente di tanta pazienza, perché a volte ci vuole veramente tanto tempo per vedere sbocciare le rose. Però, ecco, questo per me, come dire, è la cosa che paga di più. Per me è la cosa che paga di più.

La musica è una presenza costante nel tuo lavoro, non solo come accompagnamento ma come drammaturgia autonoma.
Quando componi per la scena, che rapporto cerchi tra parola, suono e silenzio?
Parola, suono e silenzio sono parte di una partitura che anche lì è scritta simbolicamente sullo stesso pentagramma, se di pentagramma vogliamo parlare, o di foglio, o sullo stesso schermo del computer, o su dei passi, o lungo una strada, o su un paesaggio sonoro, o su una registrazione audio o su appunto l’ascolto dei rumori della campagna. Ecco, tutte queste cose suonano già una partitura sonora che contiene parole, a volte sono soltanto insensate o comunque sono delle parole che magari sono solo dei rumori. La musica è contenuta sicuramente già nei rumori dappertutto, anche nelle percussioni di alcune cose quotidiane che noi facciamo, anche senza farci caso, e quindi sì, devo dire che io sono molto sensibile a questo tipo di composizione. Mi piace partire sempre nel mio lavoro, diciamo che quasi non lo scelgo però arriva sempre prima una suggestione dal punto di vista sonoro. Io ho dei problemi di vista, non vedo bene e scelgo in teatro di non indossare né occhiali né le lenti perché, fin quanto la mia vista me lo permette ancora, mi piace perdermi dentro il suono e dentro il buio e anche dentro le luci della scena. Mi piace perché questo mi fa sviluppare un intuito diverso, una presenza diversa, diciamo extraordinaria rispetto a quella quotidiana che posso avere nella vita di tutti i giorni. Quindi sì, l’udito è senz’altro il mio segno, il mio senso di riferimento e anche il mio segno distintivo.

Iodecidio, la tua canzone-manifesto contro il femminicidio, ha avuto una vita che va oltre il teatro, entrando anche nel mondo seriale e audiovisivo.
Che tipo di urgenza ti spinge a portare temi così radicali nella forma artistica?
Diciamo che quando ho scritto “Iodecidio” è stata una scrittura di getto, proprio perché ero in pandemia, e più che un’urgenza, c’era un’emergenza direi. In generale, urgenza è una parola che la capisco profondamente, però, ecco, forse ci sono più delle emergenze a volte, non perché soltanto dal punto di vista dell’emergenza proprio reale, ma proprio anche perché è qualcosa che emerge, ecco, qualcosa che urge a volte non mi dà l’idea di qualcosa di impulsivo, invece qualcosa che emerge mi dà l’idea di qualcosa che si stratifica. E io credo che l’evoluzione dell’artista sia emergere e non urgere. E quindi, fatta questa piccola premessa, quello che emergeva, per l’appunto, l’emergenza, era il femminicidio. I femminicidi sono stati, in pandemia, un’altra piaga che stava facendo fuori mezza parte dell’umanità, perché si voglia o meno, le donne sono l’altra metà del mondo. Ecco, quindi, da questo punto di vista, io sento che l’attivismo deve necessariamente essere un moto dell’animo, altrimenti diventa una strumentalizzazione di tematiche che, spesso, purtroppo, succede che tante persone utilizzano queste tematiche per promuovere sé stessi o sé stesse. Quindi, di questi tempi poi con i social, nel mainstream e non solo, è molto, molto rischioso. Al tempo stesso, invece, proprio al contempo, quindi non è un “o” “o”, ma invece accade che i social, piuttosto che anche questi contributi come posso farli io, poi, per carità, ci sono state dei contributi molto più che sono diventati molto più famosi, come per esempio “Furesta” de La Niña o anche l’album di Rosalìa, chiaramente, senza fare nessun tipo di paragoni, però era evidente, è evidente che mi sento abbastanza, come dire, contenta perché ho intuito anche qualcosa che era che se ne parlasse. E che lo si facesse anche in maniera, diciamo, spudorata, nel senso anche soltanto nella musica, attraverso il canto, che da sempre è qualcosa di liberatorio, ed è qualcosa che poi parla anche la lingua della musica, e quindi parla ancora di più a tutti e a tutte e a tutt. Al tempo stesso, adesso ho scritto altri due brani proprio per questo motivo, per non cercare di parlare di cose che non mi riguardavano. Dopodiché mi sono fermata, questo album è incompiuto, e comunque io sto continuando a scrivere delle altre cose e a comporre, anche non soltanto per me. Però, ecco, io sento che ci deve essere un motore potente per dire qualcosa, altrimenti poi diventa un compitino come un altro. E per questo ho bisogno di sentirmi coerente e sento benissimo dentro di me quando accade dove sta la verità e dove sta profondamente il mio motore. Anche se poi a volte non lo riesco a dire e a volte, invece, non è nemmeno necessario dirlo. Al tempo stesso, ne approfitto, perché quello che sta succedendo, grazie proprio all’attivismo politico di questi, di questi tempi, femminista, per esempio, quello che sta succedendo proprio nella vostra regione, in Emilia-Romagna, al Teatro Due di Parma, probabilmente non è mai successo proprio perché non c’era una rete mediatica e non c’erano tutta una serie di associazioni che hanno portato, hanno fatto emergere per l’appunto, purtroppo soltanto la punta di un iceberg che da anni, da secoli, da millenni, affligge soprattutto il sesso femminile, ma non solo, anche quello maschile, sia nei luoghi di potere, sia nei luoghi di formazione, sia in molti, molti, molti altri luoghi. E questo lo trovo salutare e lo trovo anche uno di quegli esempi virtuosi in cui l’attivismo e il social e il mainstream convergono per cercare in qualche modo di cambiare quello che è un sistema che stiamo cercando veramente di prendere in qualche modo a calci e pugni.

Da anni ti occupi di alta formazione e conduci laboratori in Italia e all’estero.
Nel prossimo seminario “Dialoghi fatti a pezzi”, dedicato allo studio dell’arte scenica attraverso l’espressione verbale, su cosa inviti gli attori a “rompere” e su cosa, invece, a ricostruire?
“Dialoghi fatti a pezzi” è un modulo che ho deciso di portare avanti, da tre anni in realtà mi occupo di formazione, non da così tanti anni. Ho capito che è una cosa che mi piace e che non mi riesce nemmeno tanto male. Quindi, tutto sommato, è un percorso che mi affascina molto. Io sono ancora abbastanza giovane da dover, sicuramente, imparare tante, tante cose, ma anche quando sarò vecchia dovrò comunque imparare tante cose, e non sono ancora abbastanza vecchia da poter dire che non ho niente da dire, non so come dire. Ecco, quindi dopo questo gioco di parole, anche “Dialoghi fatti a pezzi” è un po’ un divertissement, perché nasce in realtà dalla scuola Proxima Res, perché io curo le regie dei saggi da un paio d’anni, una scuola che mi ha permesso proprio di iniziare a fare questo tipo di percorso, e quindi sono molto grata alle persone che me l’hanno permesso. E quindi poi mi serviva un titolo che fosse un po’ accattivante, come spesso succede, mi serviva qualcosa che, poi tra l’altro, ho portato anche alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, questo modulo, alla Summer School, e che farò a Bologna al Teatro Nascosto il 21 e il 22 febbraio, un weekend organizzato dalla compagnia Creazione del Zola Auditorium. Ci terrei moltissimo ad avere delle belle presenze. Chiaramente “Dialoghi fatti a pezzi” è anche dovuto un po’ alla pragmaticitàa, nel senso che non si possono fare i dialoghi dall’inizio alla fine, quindi è un po’ un gioco, quindi saranno dei pezzi di dialoghi e poi, come ben dici, è un lavoro di analisi, quindi di destrutturazione. Analizzare, quindi, e poi dividere proprio le cose, affinché possano essere viste come degli esempi, e poi andare ad ampliare tutto il lavoro e a ricostruire. Quando si divide non è sempre per rompere o per spezzare o per distruggere, e a volte anche quando si distrugge e c’è bisogno di distruggere, è sempre per ricostruire. A volte si ricostruisce da delle esplosioni, a volte si ricostruisce da delle frantumazioni, a volte si ricostruisce anche da uno scioglimento, quindi non è per forza uno, uno spezzettamento violento. Diciamo che è importante, però, riuscire ad analizzare i testi e quindi i dialoghi in relazione all’ascolto tra le persone che li attuano, e quindi per me è fondamentale cominciare a togliere tutto il superfluo, per concentrarsi su quello che è poi la base, l’ascolto a due.

Dopo premi importanti, nuove responsabilità produttive e un’intensa attività artistica, che cosa senti di voler esplorare ora?
C’è una direzione, una domanda o un rischio che senti necessario attraversare nel prossimo futuro?
Il riconoscimento è, appunto, una bellissima parola, più che premio. Il riconoscimento significa, in qualche modo che qualcuno ti ha visto, ecco per me questo significa, nient’altro. Che il tuo lavoro è stato visto da qualcuno e apprezzato anche da qualcuno. È chiaro che un artista sarebbe ipocrita dire che non fa piacere un riconoscimento, perché è chiaro che ti dà anche una misura delle cose. Detto ciò, ovviamente, si lavora perché si ha bisogno di lavorare in tutti i sensi, si lavora perché si ha necessità, perché un artista ha bisogno del teatro e il teatro è un luogo, come dire, è l’unico luogo ormai per me possibile, nel senso che è veramente l’utopia realizzata, realizzabile. È veramente l’eterotopia dove si può, in qualche modo, abbattere certe gerarchie, trovare un luogo autentico per poter anche ritornare bambini, in qualche modo. Quindi, io quello che cerco anche di trasmettere ai miei allieve e alle mie allieve è proprio di essere delle persone comunque fortunate nel poter avere lo spazio di libertà che ci concede una sala vuota, uno spazio vuoto, un luogo non contaminato. E quindi mi sento comunque una persona fortunata perché riesco a fare il mio lavoro, è un lavoro, è l’unico lavoro che faccio e quindi riesco per fortuna a definirlo tale. E ho bisogno anche di vuoto, di rilassarmi, ho bisogno di niente, ho bisogno di crisi, ho bisogno di silenzio, ho bisogno di solitudine. Ecco, io credo che la solitudine dell’artista, che è un momento che attraversiamo tutti e tutte, sia il momento più prezioso, cioè il momento della chiusura delle porte, nel senso metaforico, il momento dove proprio sembra che non ci sia quasi approdo da nessuna parte. Quello è un momento veramente salvifico perché ti fa capire veramente quanto tu hai bisogno di fare questo lavoro, quanto tu sei votata a questo lavoro. E proprio in quel momento, vengono fuori delle cose profonde perché non c’è la l’esigenza meccanica di produrre, produrre, produrre, dover produrre, dover essere prodotti, dover, dover stare per forza a delle regole, entro cui in 20 giorni devi montare e preparare e provare uno spettacolo che, purtroppo… sono dei tempi disumani. E io credo che nella lentezza e nella stratificazione quasi archeologica vengano fuori poi i lavori più belli. Per me, perlomeno, funziona così. Poi a volte ci sono dei guizzi, delle cose o comunque dei progetti che magari erano già nati, però io penso che poi come dice anche Marina Abramović, cioè “nella vita di un artista sei fortunato se c’hai un’idea, forse due al massimo e poi alla fine tendi sempre a fare la stessa cosa”, cioè non a ripetere in maniera spasmodica quello che hai già fatto, ma ad approfondire in maniera verticale tutte quelle che sono le faccende che poi casualmente vai a scavare e chissà come, chissà perché, ed è proprio quello che costruisce un’identità artistica ed è proprio quello che la va a formare. Quel non detto. A me piace molto, in questo momento, sto lavorando su uno spettacolo sulla figura di Gabriella Ferri che non approfondisco perché credo che dire Gabriella Ferri sia dire già tantissimo, che avrà un’anteprima a marzo a Milano, e che girerà nella prossima stagione già in varie date e debutterà quest’estate. Gabriella Ferri, così come Kassandra, così come altre mie personagge sono delle figure marginali e sono delle figure che hanno anche l’uso di una lingua molto particolare, un meticciato, qualcosa che anche passa da una lingua all’altra e anche dai dialetti a volte, come lo è in Gabriella Ferri.

un progetto di:

.

.

.