Nati in provincia di Bologna nel 2019 come associazione culturale, Area Fuori Tema si è trasformata in una compagnia teatrale nel 2022, sotto la direzione del regista Francesco Brandi.
Formata da Matteo Baroni, Raffaella Danielli e Tiziana Mantovani, la compagnia esplora con intensità e delicatezza temi sociali e umani, portando in scena storie vere, memoria e coraggio.
Dai laboratori aperti alla comunità alla creazione di spettacoli come La Lupa, Bagni di luce e Se dio fosse donna, Area Fuori Tema dimostra come il teatro possa essere uno spazio di cura, riflessione e rinascita collettiva.
L’origine di un luogo “fuori tema”.
Tutto nasce da un magazzino trasformato in spazio culturale.
Cosa vi ha spinti a creare la Compagnia Area Fuori Tema e che significato ha oggi per voi la parola “fuori tema”?
Raffaella: Magazzino trasformato in spazio culturale da Gianluca Aramini, imprenditore ma soprattutto persona attenta al sociale ed amante di ogni forma d’arte se ben fatta senza colore politico di sorta.
È grazie a Gianluca che, dopo avere visto La Lupa, il nostro primo progetto, abbiamo avuto la possibilità di entrare in punta di piedi in questo spazio magico e prenderne il nome Area Fuori Tema.
Ricordo che spesso a scuola la maestra mi riprendeva “Scrivi bene Raffaella ma tendi ad andare fuori tema“.
Spesso sentivo interessante e necessario proprio quello che era considerato fuori tema ma alla maestra non l’ho mai detto.
Fuori tema è ciò che spesso si trova fra le righe e credo che sarebbe importante sentirne la voce, e questo è quello che cerchiamo di fare. Non intendo rendere banale ciò che “è in tema” dico solo che c’è tanto altro.
Anche se a volte è sgradevole, antipatico, frustrante e starne in ascolto non è facile.
Tiziana: Penso che ci siano incontri unici e magici nella vita, e uno di questi è stato per me Area Fuori Tema.
Uno spazio che non solo ci ha consentito di muovere i primi passi come compagnia, ma anche di sperimentarci e di metterci in gioco come artisti ed esseri umani.
Ci siamo trasformati e riscoperti come il magazzino da cui è nato questo spazio culturale.
Dopo il primo progetto abbiamo capito che la strada era quella giusta e siamo diventati compagnia stabile di Area Fuori Tema, che per noi oggi significa casa, un porto sicuro.
E per questo ringraziamo con tutto il nostro cuore Gianluca Aramini, che si è fidato di noi e ha sposato la nostra progettualità affidandoci lo spazio per una ricerca teatrale.
Essere “fuori tema” significa essere fuori dal coro, ma soprattutto vivere questa arte meravigliosa nel totale rispetto, consapevolezza e umiltà.
Matteo: Essere “fuori tema” per me significa avere il coraggio di muovere lo sguardo dove di solito non siamo abituati a guardare, andare oltre, e soprattutto non accontentarsi di ciò che il sistema definisce corretto e a senso unico.
Non sempre è facile, è uno sguardo che deve essere tenuto vivo durante tutta la lavorazione.
Vengo da un percorso prevalentemente brillante e come attore è una grande prova e scoperta affrontare certe tematiche, cercando di non essere mai scontati e non cadere nei cliché.
Per questo cerchiamo di dare voce a chi non ne ha, come abbiamo fatto con i nostri personaggi, a volte scomodi, a volte dimenticati.
Il teatro come strumento sociale.
Nei vostri lavori affrontate temi profondi — la guerra, la malattia mentale, la violenza di genere.
Come riuscite a mantenere un equilibrio tra la forza del messaggio e la dimensione artistica della scena?
Raffaella: È una sorta di equipe la nostra, che si riunisce attorno ad un tavolo attenta e concentrata.
Tra di noi c’è un ascolto fortissimo, non c’è mai giudizio ma una stima che ci permette di raccontare senza mai eccedere.
Se capita c’è sempre qualcuno di noi che lo sente e mette in allerta.
Sì, è un lavoro di equipe. Un chirurgo non può sbagliare grazie a chi sta intorno a lui, chi passa il ferro, chi controlla il paziente, chi gli asciuga il sudore che potrebbe andargli negli occhi. Lì sotto c’è una persona che conta su quel gruppo.
Noi trattiamo le storie con la stessa attenzione, concentrazione e delicatezza.
Perché anche la storia più inattaccabile, se mal trattata, può morire.
Tiziana: Quando ho scritto la prima drammaturgia, La Lupa, ero spaventata.
Mi sono sentita a tratti inadeguata e incapace di poter trattare tematiche così profonde e delicate.
Finché sono stata illuminata da una cosa molto semplice: se racconti le storie con verità e senza giudizio, non puoi sbagliare.
Così come la messa in scena, per me un atto di fiducia totale che coinvolge l’intero gruppo di lavoro.
Abbiamo il privilegio di lavorare con Francesco Brandi, il “nostro” regista: ogni volta è stato in grado di plasmare le parole con immagini potenti, consentendo agli attori di creare in totale libertà, supportandoli e guidandoli con sapiente maestria.
A lui dobbiamo tantissimo.
È stato spesso la nostra àncora, e nel tempo ha insegnato a tutti a diventare dei bravi marinai che non hanno paura di navigare in acque scomode, rischiando (o scegliendo) di andare anche fuori rotta.
Matteo: Quando si lavora su temi sociali come la guerra, la malattia mentale o la violenza di genere, il rischio è di trasformare il tutto in un atto di sola denuncia, privandosi della parte artistica.
Ecco perché lavoriamo sull’umanità dei personaggi e non solo sul problema. Invece di parlare della guerra raccontiamo della persona, dei suoi sentimenti.
Invece di denunciare la violenza, mostriamo una relazione tossica. Proviamo a mantenere questo equilibrio dando verità ai personaggi e al loro vissuto.
Ci impegniamo per evitare la retorica, perché secondo noi il teatro deve far pensare il pubblico lasciando il suo punto di vista senza cercare di convincerlo che sia giusto il nostro messaggio.
Per questo cerchiamo di avere una relazione con il pubblico e il coinvolgimento è necessario.


La memoria come materia viva.
“La Lupa” e “Bagni di luce” traggono ispirazione da storie vere.
Qual è il processo con cui trasformate la testimonianza in drammaturgia, e come proteggete la verità di chi l’ha vissuta?
Raffaella: Quando si dà il via ad un nuovo progetto io scherzando dico sempre: “Che la stagione della frustrazione abbia inizio!” e ci rido sopra. Ma è davvero così. Solo cercando il meglio, solo non accontentandosi mai, solo ponendoci domande riusciamo a dare vita ai progetti.
Se una risposta è scorretta forse ad essere sbagliata è la domanda.
E di nuovo via a chiederci cosa vogliamo raccontare, e come.
Un processo lungo e difficile ma che alla fine dà quel senso di profondità allo spettacolo.
Io dico sempre che inizialmente mi sembra di fare un disegno geometrico semplice, corretto, attento ma semplice.
Alla fine del percorso il disegno che ne esce è in prospettiva quasi un disegno 3D. Allora viva la frustrazione!
Tiziana: Anche il nostro ultimo lavoro, “Se dio fosse donna”, si ispira a storie vere di donne che hanno subito violenza.
Porto questo come esempio perché, per me, è stato il lavoro più intenso e complesso come scrittura.
Ho intervistato le donne coinvolte nel progetto, ed è stata dura mantenere il distacco necessario per non cadere in una facile retorica, allontanando anche il giudizio scontato nei confronti di chi il male l’ha fatto davvero.
È in questo modo che rispetti una storia e i suoi protagonisti.
Una volta creata la storia, la si lascia andare perché il pubblico possa viverla con il suo sentire, raccontando solo quello che è necessario per innescare nello spettatore proprie emozioni e propri pensieri, in modo che possa farla sua.
Del processo di scrittura fanno parte anche le prove e le improvvisazioni che nascono nei primi incontri. Il primo copione non è mai quello definitivo, e anzi, fino alla fine si può decidere di cambiare, anche i finali.
Sono fortunata perché ho delle muse incredibili, che si regalano con passione e dedizione, fidandosi di me, sempre.
Siete un gruppo composto da attori, una drammaturga e un regista che arriva dal cinema e dal teatro contemporaneo.
Come funziona il vostro processo creativo collettivo?
Chi porta la prima scintilla e come nasce uno spettacolo di Area Fuori Tema?
Raffaella: Intorno ad un tavolo, con occhiali inforcati, tisane e borse dell’acqua calda (perché dove si pratica l’arte del teatro è sempre freddo!).
Il nostro primo progetto La Lupa nasce da una vera e propria esigenza di raccontare la storia di Lucia.
Esigenza che mano a mano si è tramutata in una specie di vero e proprio “mandato” per noi.
Tiziana, la nostra drammaturga, ha colto questa storia come si raccoglie un ciclamino, con rispetto, ascolto, attenzione e delicatezza. “Bagni di Luce” e “Se Dio fosse Donna” nascono da una sua idea.
Forse il “mentore” del nostro stile è stata davvero Lucia ne La Lupa.
Ha insegnato tanto a ognuno di noi.
Tiziana: Beh, qui si rischia di fare notte!
Parto dal primo progetto, “La Lupa”, che nasce da vecchie cassette in cui è stata registrata da Raffaella l’intervista ad una sopravvissuta all’eccidio di Marzabotto.
Mi ha consegnato in tempi non sospetti queste cassette perché sapeva che amavo scrivere.
Ho ascoltato la voce di Lucia (la sopravvissuta) per mesi, e dopo un anno sono cominciate le prove.
Sicuramente “La Lupa” è stata la nostra prima scintilla.
Questo lavoro mi ha consentito di scoprire la bellezza di raccontare le storie da un punto di vista diverso e non scontato.
Il rischio di essere banali e retorici trattando alcuni temi è dietro l’angolo, e ogni volta cerco di pensare come penserebbe uno dei personaggi e trovare il giusto sguardo.
Per raccontare storie devo sentire le farfalle nello stomaco e innamorarmi dei protagonisti.
Solo così nasce il magico flusso della scrittura che viene nutrito prova dopo prova dagli spunti di tutti.
Mi piace accogliere nuove idee, è una modalità di lavoro che non solo risulta essere una grande palestra per chi scrive, ma arricchisce tutto il gruppo.
Ognuno di noi in questo modo si sente parte del progetto, vivendolo in ogni sua metamorfosi.


I vostri spettacoli sembrano cercare il contatto diretto con lo spettatore, quasi un dialogo.
Cosa accade dopo una replica, quando il pubblico condivide le proprie emozioni?
Raffaella: È sempre emozionante.
Ricordo che dopo “La Lupa” mi si avvicinavano persone e mi chiedevano “Ti posso abbracciare?“, avevano occhi lucidi e nell’abbraccio sentivo quella sorta di calore che solo l’emozione vera può sprigionare. Loro non abbracciavano me, sentivano il bisogno di abbracciare Lucia. Questo non lo dimenticherò mai.
Credo sia per me il ricordo più emozionante.
Bellissimo quando senti frasi come “Ma questo spettacolo dovrebbe essere portato nelle scuole“. Beh, che volere di più?
Tiziana: Dico sempre che finito lo spettacolo, ne inizia subito un altro. Quello che si prova con il pubblico è uno scambio pazzesco di energia. Ogni volta che si va in scena bisogna sempre ricordare che il pubblico fa parte dello spettacolo, è il personaggio a sorpresa da accogliere e avvolgere.
La cosa più bella che abbiamo conquistato in questi anni credo sia stata la capacità di provocare riflessioni che hanno preso vita anche nei giorni successivi.
Tante volte ci siamo sentiti dire: “sapete che ne parliamo ancora”.
Per me questa è una gioia grandissima, il teatro dovrebbe infatti essere luogo di scambio, confronto, socialità.
Sapere che i nostri progetti hanno portato a riflessioni non solo sul momento ma anche nella vita quotidiana, è una soddisfazione immensa.
Matteo: Quando il pubblico si emoziona e soprattutto si interroga allora lo spettacolo non è più solo una rappresentazione fine a sé stessa ma diventa un messaggio.
Amo parlare ed ascoltare ciò che il pubblico dice e prova, ma se dopo uno spettacolo il momento del confronto è pieno di sguardi dove si leggono chiaramente le emozioni sui volti, beh questo vale molto più delle parole.
Quando lo spettatore non si limita a commentare quello che ha visto sul palco ma condivide qualcosa di sé stesso, come ad esempio i propri ricordi, capisci che diventa uno scambio.
Quando qualcuno anche dopo alcuni giorni ti dice che una particolare scena lo ha fatto pensare a degli episodi della sua vita e ancora ne parla a casa, capisci che lo spettacolo ha raggiunto il suo scopo più profondo. Queste emozioni possono poi portare a nuove idee, nuovi spunti per lavori futuri.
Uno spettacolo insomma non finisce con la chiusura del sipario ma continua nella vita.
Cultura e responsabilità.
In un tempo in cui l’arte fatica a ricevere sostegno e visibilità, cosa significa per voi portare avanti un progetto teatrale indipendente?
Raffaella: Significa spesso sentirsi trasparenti, mille mail spedite e nemmeno una risposta pervenuta. È frustrante ma necessario.
L’amore per questa forma d’arte e il senso di responsabilità sono i nostri punti irrinunciabili.
Per questo, nonostante tutto, continuiamo, cercando di dare dignità al nostro lavoro anche quando in certi momenti viene bistrattato.
La soddisfazione più grande sarebbe riuscire a sentirsi partecipi, anche solo con una piccola parte, di un circuito culturale sano e di qualità.
Tiziana: la nostra compagnia è nata quattro anni fa, e da sempre ci autofinanziamo.
Questo significa dover pensare a tutto nei minimi dettagli e a volte, purtroppo, ci costringe a fare qualche rinuncia.
Ci troviamo ancora in situazioni in cui si pensa di poter far lavorare gratuitamente degli artisti che hanno investito mesi di lavoro, spesso a proprie spese, e questo non è giusto. Per nessuno.
Se porti qualità, deve essere riconosciuta.
Dietro all’ora e mezza di spettacolo non c’è solo infinita passione e amore per l’arte del teatro, ma ore e ore di lavoro, dedizione, studio, ricerca, sacrifici, che non vengono spettacolarizzati ma che fanno parte della riuscita.
Matteo: Essere indipendenti significa poter decidere cosa raccontare, come raccontarlo, e con chi collaborare.
Significa restare fedeli a un’idea che il teatro e la cultura non si misurano in numeri o visibilità, ma nello spessore di ciò che si prova a creare.
Portare avanti un progetto di teatro indipendente non è solo fare ed ideare spettacoli, è tenere accesi pensieri e idee.
A proposito: il vostro nuovo spettacolo, “Buio”, racconta la chiusura di un teatro e, con essa, la fragilità del mestiere dell’attore e dell’arte stessa.
Quale messaggio desiderate lasciare al pubblico, in un tempo in cui la cultura sembra ancora considerata “sacrificabile”?
Raffaella: “Buio” è un pargolo che sta nascendo.
Parla proprio di questo, di cultura, di responsabilità. Parla di fragilità. Ma parla anche di amore per l’arte, amore per il teatro.
Come si dice: alle cose si dà peso quando non le hai più.
Questa è la tendenza umana a valutare le cose solo dopo averle perse. Forse una sorta di monito. Chissà.
Tiziana: “Buio” è un chiaro riferimento ad un sipario che si chiude.
Ma è anche il buio in cui oggi versa la cultura in generale.
Siamo circondanti da contesti anestetizzati, dove la velocità, la performance, l’assuefazione hanno fagocitato la bellezza dell’assaporare il tempo e dell’ascolto.
Andare a teatro sembra essere diventato qualcosa per radical chic, e gli stessi interpreti, a volte, risultano elitari.
Sogno di vedere i teatri pieni, e che ne nascano anche di nuovi, per accogliere tutti, indistintamente.
Perché il teatro educa, da conforto, libera.
Se si capisse questo (ma forse proprio perché lo si è capito…) i teatri e gli spazi culturali diventerebbero l’antidoto dell’ignoranza e del mal di vivere. Diventerebbero un insostituibile faro popolare.
Matteo: Il messaggio è di non considerare la cultura, e in particolare il teatro, come un genere di lusso di cui si può fare a meno o ad esclusiva di pochi che ne hanno le possibilità economiche.
La cultura è il modo in cui la società si dovrebbe identificare e il teatro, in questo tempo in cui tutto è più veloce a causa anche dei social network e della vita più frenetica, può offrire una riflessione più lenta e più profonda.



