ALESSANDRO DALL’OLIO INCONTRA MICHELE MAGLIARO

Nato a Bologna e oggi residente a Milano, Michele Magliaro è regista teatrale e cinematografico, con una formazione che unisce studi accademici al DAMS Cinema e un percorso pratico in filmmaking all’Accademia Mohole.
Cofondatore e presidente dell’Associazione Culturale Teatro Nume e fondatore della casa di produzione Nineroots Production, sviluppa progetti che attraversano linguaggi diversi, costruendo un dialogo continuo tra scena e immagine, tra visione artistica e produzione indipendente.

Il tuo percorso unisce teatro e cinema, sia a livello formativo che professionale.
Quando inizi a lavorare a un progetto, pensi prima in termini di immagine o di scena?
Il mio percorso unisce effettivamente teatro e cinema sia a livello formativo che a livello professionale. Devo dire che quando inizio a lavorare un progetto, e a dedicarmici e cercare di immaginarlo, la prima cosa che mi vengono in mente sono le immagini. Penso che questo derivi effettivamente da un trascorso nel mondo cinema e a un’educazione vera e propria che ho avuto all’immagine sia un’educazione personale sia un’educazione scolastica universitaria in questi termini. Mi piace riuscire a intrappolare con una singola immagine un concetto e credo che in realtà il discorso legato all’immaginare un momento attraverso un’immagine sia proprio questo, cioè cercare di raccontare determinate emozioni, determinate sensazioni, un concetto che il testo, la drammaturgia cerca di esprimere, cercare di raccontarlo attraverso una metafora e attraverso una metafora visiva. C’è da dire che tutto il mio trascorso cinematografico aiuta e ha aiutato molto. Mi rendo conto che mi porto dietro un pregresso e un tipo di occhio abituato anche alla fotografia, ad esempio cinematografica, per cui tutta la parte di illuminotecnica e di lighting design del teatro sono aspetti ai quali faccio caso più di altre persone.

Essere regista oggi significa anche saper costruire contesti, non solo opere.
Che cosa significa per te fondare realtà come Teatro Nume?
Fondare Teatro Nume è stato un passaggio bellissimo per me, veramente bellissimo e veramente importante e che ha un peso specifico notevole nella mia vita, nella mia vita emotiva perché sono, a differenza forse di altre persone, anche all’interno di Teatro Nume, così come all’interno di tanti altri contesti, sono una persona che rende al meglio all’interno… rende al meglio come umano, come essere umano, come persona all’interno di gruppi sani. Mi esprimo al meglio, e questo vale anche per la mia creatività, all’interno di contesti sani e con dei valori, con delle idee comuni, con una serie di volontà condivise da tutti. E per me questo è Teatro Nume, non è un caso che precedentemente a Teatro Nume, quando lavoravo nel mondo cinematografico, avevo fondato una casa di produzione video con un collega, che era prima amico che collega, e successivamente passando nel mondo teatrale mi ritrovo, pur essendo in prima persona uno dei soci fondatori, in una situazione analoga, quindi in una situazione lavorativa di gruppo. Credo che questa sia la parte più bella, personalmente parlando, del contesto lavorativo in cui mi trovo. Riuscire e poter condividere questo lavoro con altre persone e avere costruito un qualcosa che ci lega, un qualcosa di comune che lega noi e che lega tutte le persone che vogliono, possono, ne faranno parte, che ci vengono a vedere gli spettacoli, eccetera, è una soddisfazione che è veramente complessa da descrivere. Personalmente mi basta quella per giustificare qualsiasi tipo di sforzo e fatica che faccio quotidianamente nel mio lavoro.

Il teatro e il cinema hanno tempi, linguaggi e modalità produttive molto diversi. Qual è la sfida più grande nel passare da uno all’altro?
La sfida più grande nel passaggio dal cinema al teatro? Credo che anche qui in realtà ci sarebbero tante cose da dire. A livello pratico probabilmente la difficoltà oggettiva più complessa è quella riguardante la necessità di performare in quel specifico momento, quello della replica, quello in cui si va in scena. Quell’ora, quell’ora e mezza, quelle due ore sono il risultato di un percorso, di un lavoro durato mesi, se non anni. Ci si gioca tutto in quel momento. Questo non avviene durante le riprese cinematografiche, perché si ha la possibilità di ripetere, ovviamente, come tutti sappiamo, fino ad arrivare all’espressività voluta dal regista, piuttosto che il movimento esatto, tutta una serie di tecnicismi. Allo stesso modo il montaggio successivamente aiuta a raccontare esattamente quello che il regista ha in mente. Invece nel teatro si arriva già con un’idea che è già condivisa da tutti. Sappiamo tutti cosa vogliamo trasmettere al pubblico e come farlo. Il punto è riuscire a creare la situazione e mettere tutti quanti nelle condizioni migliori attori, attrici, tecnici, scenografi, musicisti, chiunque, per performare al meglio. Questa è la difficoltà pratica probabilmente più grande, ma secondo me legata a questa la difficoltà è più emotiva. Per quel che mi riguarda, perlomeno, è più emotiva. Ed è sempre legata a questo discorso, ovvero avere il pensiero di dover lavorare per mesi, per anni, sicuramente non sotto i riflettori, e dover accettare che il momento di uno spettacolo, quella sera, deve essere un momento necessariamente importante. Perché? Perché si lavora anni per avere una, due, cinque, dieci repliche all’interno di una stagione teatrale. Questo ti costringe, almeno per me, ad avere una forte pressione per il momento del debutto, ad esempio. Perché? Perché tutti gli sforzi fatti fino a quel momento si esauriscono nel tempo di un’ora e mezza, nel tempo di uno spettacolo. Con il cinema, al tempo, per quel che mi riguarda, era diverso. Perché? Perché il risultato finale, che fosse un cortometraggio, che fosse un documentario, insomma, qualsiasi cosa fosse, sarebbe rimasto proprio grazie alla fruizione attraverso uno schermo, a differenza del teatro che vive di vita vera.

Come regista, che tipo di relazione cerchi con gli attori?
Preferisci guidare in modo preciso o lasciare spazio a un processo più condiviso?
La mia modalità di dirigere gli attori devo dire che si trasforma costantemente. Sono ancora un giovanissimo regista e ho ancora tanto da imparare, e ogni singola attrice, ogni singolo attore con cui lavoro mi permette di affinare e comprendere meglio questo lavoro. Venendo appunto dal mondo cinematografico sono nato come un regista estremamente preciso, estremamente esigente sul dettaglio, avendo già una idea esatta e ben specifica del percorso da intraprendere. Questo appunto nasce da un pregresso cinematografico, so che davanti alla telecamera quel giorno l’attore ho bisogno che faccia esattamente quel movimento col braccio perché quell’inquadratura mi servirà per raccontare quel momento e trasmettere quell’emozione. Di conseguenza mi sono portato tutto quel pregresso nel teatro, però da mesi a questa parte, attraverso diversi spettacoli che abbiamo portato in scena, attraverso diversi attori con cui ho collaborato sto riscoprendo questa bellissima modalità di lavoro, quella del lasciare enorme spazio agli attori, alla loro creatività, alla loro idee, al loro modo di lavorare. Avendo una idea pregressa in testa, andando tutti nella stessa direzione e magari dando qualche regola inziale in modo da lavorare tutti in quella stessa direzione. Devo dire che questa modalità di lavoro è decisamente funzionale per creare qualcosa di ancora più ampio e che dia ancora più respiro allo spettacolo che si sta mettendo in scena. Dipende da lavoro a lavoro, dipende da attore a attore, dipende da attrice a attrice, il regista secondo me si deve plasmare in base alle necessità che ci sono, in base al materiale umano e lavorativo che ha. Detto questo, lasciare libertà a degli artisti è sempre un’ottima dea dal mio punto di vista.

Appartieni a una nuova generazione di registi che spesso si muove fuori dai circuiti tradizionali.
Questo rappresenta più una difficoltà o una libertà?
È vero, io sono un regista e Teatro Nume è una compagnia che si muove non necessariamente nei binari più classici del mondo teatrale, che si muove in scenari anche non convenzionali e credo che in realtà questo sia creativamente fantastico perché ci dà la possibilità di esprimerci al nostro meglio senza dover sottostare a determinate regole, determinati parametri che lasciano il tempo che trovano. Nel senso che quando si parla di un lavoro creativo doversi limitare perde secondo me di senso. Detto questo, ci sono delle regole di mercato, come ogni tipo di lavoro anche il nostro deve sottostare a determinate regole e leggi di mercato e una certa tipologia di teatro, che è anche quella che noi portiamo, è sicuramente più complessa da accettare: per il pubblico, per i teatri, per tutti. Quindi, ci troviamo costantemente a cercare di capire come è possibile smuovere questa situazione, cercare di vendere dei prodotti validi, quanto quelli più classici, al meglio. E questo è un lavoro che facciamo continuamente. Ma la possibilità creativa che ci lascia lavorare in questo modo vince su tutto.

Che cosa ti interessa raccontare oggi?
C’è un tema, un’urgenza o un’immagine che ritorna nei tuoi lavori?
In questo momento la mia concentrazione sta nel cercare di capire come trasmettere al meglio alcune emozioni, alcune sensazioni che all’interno dei miei e dei nostri spettacoli voglio trasmettere. Mi piace molto raccontare attraverso le immagini. Il testo è già presente, le parole già ci sono, non vanno limitate nell’espressione, bisogna cercare di dare la massima libertà possibile e lasciarle esplodere, e questo nella mia visione avviene attraverso le immagini. Cercare di capire come arrivare allo stomaco delle persone attraverso le immagini è quello che mi interessa di più in questo periodo perché credo sia il miglior modo di colpire lo spettatore e farlo andare via da uno spettacolo con quella sensazione di avere delle domande da doversi fare, dei ragionamenti da portarsi a casa. Difficilmente io intendo dare risposte ma piuttosto fare nascere delle domande. Come fare nascere quelle domande nello spettatore attraverso delle immagini che voglio creare è il lato su cui mi sto più concentrando in questo periodo.

In un contesto in cui produrre cultura è sempre più complesso, come si costruisce sostenibilità per progetti indipendenti senza rinunciare alla qualità artistica?
Produrre cultura in questo periodo storico è sempre più complesso e rendere sostenibile il tutto è sempre più difficile. Cosa si dovrebbe e si potrebbe cambiare? Non starò qua a parlarne perché credo sia un discorso molto complesso e lungo che ha bisogno del tempo adatto per essere analizzato. Quello che posso dire è sulla nostra modalità di lavoro, e la nostra modalità di lavoro si affida alla fortissima convinzione che per rendere sostenibile un progetto come quello di Teatro Nume, ma qualsiasi progetto indipendente, sia proprio la qualità artistica a renderlo sostenibile. Io sono fermamente convinto di questo. Pensare che la qualità artistica limiti la sostenibilità credo sia la strada sbagliata. Sicuramente all’inizio è così, perché la qualità necessita di avere un sostegno economico per essere portata avanti, i professionisti devono essere pagati, le scenografie devono essere pagate, c’è tutto un mondo da portare avanti. Dall’altro lato però penso che se si ha inizialmente la possibilità di stringere i denti questa qualità artistica, se veramente si può chiamare tale, allora il tempo lascerà poi che venga fuori e che ripaghi e che renda sostenibile tutto il resto. Spero di non illudermi… anche perché se non fosse così sarebbe un disastro.

Toni Servillo ha detto “Il teatro è il luogo dell’attore, il cinema è una faccenda del regista”.
Cosa ne pensi?
Sì, sono assolutamente d’accordo con le parole di Servillo. Sono d’accordo perché è difficile, è veramente difficile, poter pensare a uno spettacolo teatrale in cui l’attore o l’attrice non siano i veri protagonisti dell’intero spettacolo. Sono loro che danno vita al tutto. A differenza di un film, ad esempio. Come disse una vecchia saggia “un bravissimo attore o una bravissima attrice ti possono salvare uno spettacolo teatrale con una pessima regia, ma non possono salvare un film con una pessima regia”.

Michele Magliaro
Teatro Nume

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