LVD INTERVISTA CLAUDIA ROTA

Coreografa, regista, attrice, insegnante, direttrice artistica. Claudia Rota è una di quelle figure difficili da racchiudere dentro un'unica definizione, perché il suo percorso attraversa linguaggi diversi senza mai considerarli davvero separati. La danza è il punto di partenza: dal 1995 firma coreografie, poi sviluppa un percorso sempre più orientato verso il teatro-danza, la regia e la formazione. Nel 1994 ha fondato il Nuovo Laboratorio, scuola di danza e teatro nata come luogo di sperimentazione delle arti e dell'espressività corporea, e dal 2010 è anche alla guida del progetto BB Burlesque Ballet.
Ma c'è soprattutto il Teatro degli Angeli, di cui è direttrice artistica: un piccolo spazio bolognese diventato negli anni un luogo di incontro con una particolare attenzione alle tematiche sociali.

Nel tuo percorso la danza e il teatro sembrano essersi incontrati molto presto fino a diventare quasi inseparabili.
Che cosa può raccontare il corpo che la parola non riesce a dire?
E, al contrario, che cosa può dare la parola a un corpo che danza?
Wow, che bella riflessione Alessandro! Con questa domanda è come se avessi messo uno specchio davanti alla mia vita, che penso sia stata caratterizzata da un enorme caos. Soprattutto interiore. Una cosa di cui sono sempre stata certa è di non avere certezze, sia come desideri che come paure. E un’altra cosa di cui sono sempre stata certa, quindi, è di essere estremamente fragile. È come se dentro di me ci fosse sempre un gomitolo enorme che non è solo nella testa o nel cuore ma è proprio nel mio spirito. Ed è un gomitolo difficile da sbrogliare. E qui scatta la terza certezza: il desiderio di sbrogliare questo gomitolo e comunicarlo, portarlo fuori da me. E il mezzo per farlo non è mai stato importante. Poteva essere il movimento o anche solo un gesto. Poteva essere una parola o semplicemente un respiro. Ho iniziato con la danza perché da piccola non mi è stato permesso il teatro. Vederlo sì, e ne ho visto tanto, ma farlo no. Così nella danza inserivo parole. Da più grande ho cominciato la mia relazione amorosa con il teatro, e nel teatro inserisco movimento. Da quel momento non c’è stato più un confine tra la recitazione e la danza. Se mentre si danza non si pensa al personaggio che si interpreta, all’emozione che si deve trasmettere saremo terribilmente vuoti, il corpo deve necessariamente parlare. E se l’energia non è sufficiente per rendere meno astratto il mio messaggio, allora la parola è quella possibilità in più per rendere il quadro non più astratto ma almeno naïf, più comprensibile. Le parole escono dal nostro corpo, sono pezzi di corpo, quindi estremamente fisiche. E il respiro del nostro corpo con la sua energia rende le parole più dense, più concrete. Stare in scena è la mia certezza, il mio sentirmi a casa, il gomitolo che si sbroglia.

Hai iniziato a lavorare con la coreografia negli anni Novanta e da allora hai attraversato generi, linguaggi e forme molto diverse.
Quanto è cambiata, nel tempo, la tua idea di corpo sulla scena?
E c’è qualcosa che invece è rimasto identico, una sorta di principio originario a cui continui a tornare?
Sì, ammetto che il mio percorso è stato davvero articolato. È partito, da piccola, con la ginnastica artistica e la danza da sala, poi è ricominciato con la danza moderna e contemporanea, continuato con Heels, musical, videodance. Ho sempre avuto un bisogno infinito di conoscere e arricchire ciò che sapevo nel mondo della danza. Poi ho cominciato col teatro e teatro fisico, per approdare infine sul cinema. In cosa sono cambiata? La danza mi accompagna veramente da una valanga di anni, sarò cambiata in varie cose spero, cresciuta mi auguro. La danza ho sempre scelto di insegnarla e coreografarla, non ho mai voluto fare la ballerina. Come insegnante credo soprattutto di essere cambiata nell’importanza della condivisione, nel riuscire a demandare e non sentirmi Superman. Anche perché non gli assomiglio neanche un po’. E che anche nel campo artistico la diversità è un arricchimento. Come coreografa credo di essere cambiata forse come tipologia di lavoro, prima pensavo di più a quello che piaceva a me, ora mi rendo conto che penso ancora a cosa piace a me ma anche a cosa può piacere al pubblico. Cerco un equilibrio.
Quando riguardo alcuni miei vecchi lavori penso che a volte me la sono, come si suol dire, “cantata e suonata”. Ora sono un po’ più consapevole. E la mia danza è decisamente diventata più contaminata dal teatro. C’è una cosa che non ho mai cambiato. Il desiderio di rendere comprensibile l’emozione trasmessa. Tanti coreografi lavorano sul gesto sulle linee e non sull’emozionalità, oppure ritengono emozionante il puro gesto. Quindi puoi goderti ciò che stai guardando senza un’emozione definita. O soggettivamente il pubblico può decidere cosa vederci. Una scelta linguistica del coreografo. A me è sempre piaciuto e continua a piacere inserire nel movimento danzato quel soffio di emozionalità più apparente, una comunicazione meno astratta. Sicuramente una volta ero più radicale in questo, forse estremista, ora mescolo entrambi i linguaggi sia nella danza che nel teatro. Nel teatro e nel cinema insegno e sono un’attrice. Amo profondamente andare in scena, amo recitare in teatro, davanti alla macchina da presa addirittura ci vado per urgenza: non posso farne a meno. Anche il mio modo di recitare è sicuramente cambiato. Mi ha cambiato molto la scuola di cinema, due anni di formazione molto intensi, più svariati laboratori. Mi hanno insegnato che davanti alla macchina da presa non devi essere naturale, perché la nostra naturalezza a volte non è bella da vedere, non è giusta per quel ruolo, bisogna essere veri ed è molto diverso. La verità scenica è un argomento che ancora mi incanta, la responsabilità che abbiamo verso chi guarderà quella scena.

Il Teatro degli Angeli è uno spazio piccolo, con una vocazione grande.
Che cosa significa oggi dirigere un teatro non soltanto come luogo di spettacolo, ma come presidio culturale di una comunità?
Il Teatro degli Angeli è in un giardino che aveva proprio bisogno di essere presidiato… diciamo così. Il quartiere Savena si è dimostrato davvero “illuminato” nel capire l’importanza di un posto di cultura proprio lì. Tra l’altro il far cultura in un luogo d’arte (il teatro degli Angeli è nato dentro l’Oratorio Santa Croce, una piccola chiesa del 1791). Però qualcuno si è infastidito nell’avere un luogo di spettacolo proprio in quel giardino, probabilmente anche solo dei semplici balordi… E, qualche anno fa, hanno tentato di dare fuoco al nostro teatro, provocando ingenti danni. E tu. Alessandro, lo ricordi bene perché proprio al TaG abbiamo fatto quella incredibile serata di raccolta fondi. Beh, questo tentativo di annullare un teatro è un’immagine emblematica direi di cosa pensano oggi vari politicanti. Bisognerebbe che ogni teatro venisse presidiato di più e non solo da chi lo dirige. Tutti dovrebbero difenderlo, proteggerlo, altrimenti la sopravvivenza del Pensiero e della Riflessione potrebbe diventare sempre più platonica. Il mio pensiero sul presidiare la cultura è questo. Uno sforzo condiviso attorno ai direttori, agli organizzatori, una sorta di barricata difensiva fatta dal pubblico stesso. Anche semplicemente riempiendo i teatri.

Nei tuoi lavori tornano spesso temi che hanno una forte dimensione civile: la violenza sulle donne, la memoria, gli stereotipi, la condizione femminile.
Credi che l’arte abbia ancora il dovere di essere scomoda?
Tu, Alessandro, conosci bene il teatro degli Angeli, tu stesso lo hai culturalmente arricchito con la tua poesia. Con me, Gabriele, Chiara e Tommaso, hai dato a quel luogo magico la forza iniziale per diventare teatro. E sai che facciamo spesso teatro di denuncia, chiamiamolo “sociale”. Il teatro deve essere un luogo di comunicazione profonda.Ora il mondo è pieno di rumore ed è caratterizzato da una comunicazione veloce e spesso troppo superficiale. Io vedo che tante cose rimangono così in superficie …terribilmente in superficie. Ecco, entrare in un teatro dovrebbe essere come entrare nella profondità delle cose. Un luogo dove fare finalmente silenzio e ascoltare. Poi riflettere, poi parlare. E se parole non ci sono, allora contemplare il Silenzio. Difficile, vero? Eppure così semplice. Io amo molto anche la leggerezza, ci mancherebbe. Ma come si fa a fare teatro e, ogni tanto, non metterti pubblicamente dalla parte dei più fragili? Il teatro è fatto di entrambe le cose: di denuncia e leggerezza.

C’è un aspetto interessante nel tuo percorso: non ti sei fermata alla coreografia, ma hai continuato a studiare e a formarti, arrivando anche al cinema e alla recitazione.
Quanto è importante continuare a sentirsi un principiante?
E quanto la curiosità può essere una forma di resistenza alla ripetizione?
Questa cosa che tu definisci interessante, e io te ne sono grata, in realtà è il mio pro e il mio contro. Quel gomitolo di cui ti parlavo all’inizio pieno di desideri e di paure. Di paure soprattutto. E la prima fra queste è proprio la paura di non essere all’altezza, scoprire di non essere sufficientemente pronta. E questa cosa mi ha portato forse ad esagerare, lo dico con una sorta di sorriso di consolazione riguardando il mio percorso… Ho seguito mille corsi di teatro, di danza, di cinema, specializzazioni, master. Più facevo e più scoprivo quante cose potevo ancora imparare. Ancora oggi appena ho del tempo libero corro a Roma a seguire qualche master di cinema. Devo ammettere che mi piace essere allieva, in quel momento mi sembra di avere meno responsabilità e più ricettività. Sento molto la responsabilità quando insegno e quando sono in scena. E per fare sì che questa situazione non si tramuti in un’ansia esagerata devo sentirmi preparata. È autodifesa. In più c’è questa sorta di imprenditorialità emozionale che mi porto dietro da sempre. Che non è l’imprenditorialità dei numeri. Magari l’avessi avuta, invece neanche l’ombra. Ma è quel qualcosa che ti porta a voler far crescere le possibilità comunicative emozionali. Le arti sceniche sono un mondo vasto, la danza, il teatro, anche il cinema. Io lo definisco scenico. Perché nel momento che prepari un ciak sei in scena. Sono arti dove la possibilità comunicativa ed emozionale non finirà mai. C’è sempre da imparare e conoscere, sempre. E io temo che non finirò mai di essere anche allieva.

Il progetto “S_LEGATI only for one body” nasce proprio dalla volontà di costringere la creazione coreografica a confrontarsi con uno spazio scenico piccolissimo.
Che cosa succede alla creatività quando vengono tolte alcune delle sue possibilità?
S_legati è nato quando è stata tolta la voce ad ogni forma teatrale, durante il covid. Appena hanno riaperto almeno i cortili dei teatri, abbiamo portato di nuovo i danzatori sul palco. Abbiamo creato un piccolo festival per assoli e coppie aperto alle realtà bolognesi, se pure in uno spazio piccolissimo come il nostro giardino. Ma in quella occasione è sembrato lo spazio più grande di sempre dopo un periodo così restrittivo. Ed ora ogni anno non solo lo riproponiamo nel giardino ma addirittura anche all’interno del teatro, dove lo spazio è davvero minimo. Forse dopo quel brutto periodo era necessario riconsiderare le misure dello spazio e del tempo. Considerando finalmente la libertà che abbiamo di muoverci ogni giorno, e finalmente buttare via il metro. All’arte non deve interessare quanto spazio c’è. devo portare il pubblico a respirare con me in quello spazio. Anzi, un posto di esibizione così piccolo mi costringe a una grande vicinanza col pubblico, diventa quasi qualcosa di cinematografico dove hai la camera che riesce a leggerti dentro agli occhi. È molto interessante questo tipo di lavoro. Il pubblico rimane avvolto dall’energia del danzatore, che a sua volta percepisce il respiro di chi lo guarda. Credo sia una grande risorsa sperimentare qualsiasi forma artistica in teatro piccoli o medio piccoli, perché togliendo la possibilità di spazio incanali l’energia forse in punti più precisi. Sicuramente alimenti la capacità improvvisativa per gestire gli ostacoli vicini che ti trovi ad avere. Ma soprattutto crei un dialogo ravvicinato con il pubblico, si respira assieme, ed è un’emozione molto forte.

Il teatro sembra attraversare una trasformazione profonda: cambiano gli spettatori, i linguaggi, i luoghi, e perfino il modo in cui le persone si concentrano e partecipano a un’esperienza dal vivo.
Tu che teatro immagini fra dieci anni?
E soprattutto: che cosa non dovrebbe mai perdere il teatro, qualunque cosa accada?
Il teatro esiste se c’è l’artista e se c’è il pubblico. È un passo a due, uno scambio di emozioni. Entrambi sono importanti. Ed entrambi hanno due grandi responsabilità ognuno verso l’altro: il rispetto e l’educazione: il pubblico deve essere educato a essere pubblico. Ci vorrebbe forse qualche corso di formazione obbligatorio a scuola dove viene insegnata l’educazione civica all’interno di un contesto di spettacolo. Temo invece che già oggi questa educazione teatrale sia invece in diminuzione: chiacchiere, telefoni, arrivare all’ultimo minuto disturbando gli altri, applausi fuori contesto e tanto altro. E il pubblico deve essere ricettivo, deve sapere ascoltare. L’artista, invece, deve avere qualcosa di vero da donare. Ed una propria identità, una profonda verità da trasmettere. Anche scomoda, come si diceva prima. Ci vuole densità. E tecnica, tanta tecnica ed etica (parola a volte dimenticata sul fondo del mare). Non diventi attore o danzatore con un tutorial. Se parole forse desuete come etica, educazione, rispetto, identità, umiltà, se parole così continuano a sopravvivere nel teatro…allora io sono fiduciosa. E ci vuole coraggio, coraggio di scegliere l’arte e la cultura. Sia nel farla che nell’applaudirla. Perché quando una massa va da una parte ci vuole coraggio ad andare da quell’altra. Mi auguro che ci sia sempre un forte senso di responsabilità e una grande quantità di coraggio in chi difende la cultura. E che se qualcuno non ha niente da dire, invece di cercare le parole in un tutorial, faccia semplicemente un sano silenzio.

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